Il dramma umanitario / Contabilità
Dei profughi hutu “dispersi” in Zaire nessuno parla più. Della sorte di quelli rientrati in Rwanda o dei campi di concentramento allestiti in Burundi, nemmeno. Eppure è pulizia etnica.

La crisi dello Zaire è anche, per molti aspetti, una normalizzazione. A chi interessa più, di fronte a tanti fatti memorabili, la conta dei morti giornalieri nella prigione di Kigali? Cosa fanno, come vivono le centinaia di migliaia di profughi rientrati in modo così telegenico in Rwanda in novembre, in seguito ai ben orchestrati attacchi (finti o veri) di quelli che allora si chiamavano ancora ribelli banyamulenge?
L’ordine regna anche a Bujumbura. Il regime persegue una “politica di raggruppamento” che consiste nell’ammassare in campi di raccolta la popolazione civile al fine, si dice, di garantirne meglio la sicurezza. Cominciata nella provincia di Karuzi, la politica di raggruppamento si va estendendo e prefigura la creazione di un vero e proprio universo concentrazionario. Da 200.000 a 500.000 persone sono racchiuse ormai nei campi, guardate a vista dai militari e incapaci di soddisfare i bisogni elementari: cibo, salute, scuola, sicurezza.

Infine lo Zaire, dove emerge con sempre maggior chiarezza il volto feroce della “ribellione”. Banyamulenge, ugandesi, rwandesi, burundesi, ciascuno per la sua sinistra parte, si sono avventati sui campi profughi per liquidare l’opposizione armata ai regimi in carica e, soprattutto, i responsabili del genocidio in Rwanda nel 1994. ll prezzo pagato per raggiungere questo obiettivo è stato altissimo: centinaia di migliaia di vite umane, dicono alcune testimonianze, e sofferenze che non possono entrare in nessuna contabilità. Roberto Garreton, relatore speciale dell’Onu per lo Zaire, fa una stima più prudente e parla di 50.000 vittime di massacri perpetrati dalle forze dell’Afdl.

Da ultimo, si aggiungono le notizie di ammassi umani che non possono dirsi neppure campi profughi per la loro estrema precarietà, i quali sono ritrovati dopo mesi di ricerche da parte delle organizzazioni umanitarie, e vengono perduti nel giro di poche ore: così, decine di migliaia di persone evaporano come l’umidore degli alberi nella foresta setacciata dai “ribelli”. Ciò che maggiormente colpisce in questa vicenda non è tanto lo spirito di “soluzione finale” che anima i combattenti nei confronti di nemici armati, bensì l’accanimento da pulizia etnica che essi sviluppano contro profughi inermi: parliamo di gente malata, di donne, fanciulli, vecchi. Sono questi, ormai, che coltivano una qualche speranza di ritorno alla vita nello Zaire orientale, è la gente comune che aspetta di rientrare in Rwanda. Infatti i responsabili del genocidio rwandese del 1994 e le loro famiglie, forse 20.000 persone, sono partiti da tempo verso i territori controllati dall’Unita.

Ciononostante, le difficoltà frapposte all’azione umanitaria sono sotto gli occhi di tutti. Emma Bonino che denuncia la carneficina è tacciata di «psicopatica» da Kabila in persona; la missione d’inchiesta dell’Onu dopo una settimana di attesa a Kigali è costretta a ripartire senza aver potuto accedere alle zone dei profughi zairesi. Nel frattempo, almeno 300.000 persone vagano da qualche parte, laggiù, nel bacino del Congo.