Onu / Abusi sessuali
Le Nazioni Unite pochi giorni fa hanno riferito di aver ricevuto 44 nuove accuse di abusi sessuali che vedrebbero coinvolti peacekeeper e personale Onu. Per il momento non ci sono aggiornamenti sulla vicenda, ma la credibilità delle varie missioni di pace continua a vacillare ormai da tempo.

Qualche mese fa le Nazioni unite, nello specifico i caschi blu impiegati nelle missioni di pace in Repubblica Centrafricana e in Repubblica Democratica del Congo (RDC), finivano al centro di uno scandalo di violenze sessuali perpetuate su minori e non. Uno degli ultimi report a riguardo, firmato Onu, risale al 31 marzo. In quel caso, durante un arco di tempo compreso tra il 2013 e il 2015, ben 108 accuse di stupro e violenze sessuali sono state avanzate contro i caschi blu Onu attivi nella prefettura di Kemo, nella Repubblica Centrafricana. Un mese più tardi, il 4 aprile, il gruppo di avvocati con sede a New York, Aids free world, riportava la notizia di ulteriori 41 casi di accuse documentati dagli investigatori delle Nazioni unite.
L’ultimo episodio emerso è datato martedì 18 maggio, a renderlo noto sempre le Nazioni unite: nello specifico si parla di 44 nuove accuse di abusi sessuali che vedrebbero coinvolti ancora caschi blu e personale Onu. In proposito il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, specifica che tra le nuove accuse 29 riguardano la missione operativa in Centrafrica, 7 quella in RDC, 2 Haiti, poi un’accusa è stata riportata rispettivamente dalle missioni in Sud Sudan; Costa D’Avorio; Mali; Abeyi – regione di confine contesa tra Sudan e Sud Sudan -, e l’ultima nella missione politica Onu operativa in Libia.


Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric.

Pericolo continuo
Per il momento, come riferisce Stephane Dujarric, non ci sono aggiornamenti sulle indagini condotte dall’ufficio di supervisione interna dell’Onu. In attesa di ulteriori sviluppi il dato che balza agli occhi è la distribuzione sul territorio, non solo africano, di accuse di natura sessuale. Un filo conduttore che fa emergere l’esistenza di un problema per troppo tempo sottovalutato. Su un totale di 105.000 peacekeeper dispiegati in 16 diverse zone calde nel mondo è alta la possibilità che crimini di questo genere possano ripetersi e restare impuniti.
Ciò che rende ancora più allarmante la vicenda, è l’apparente incapacità dell’Onu di trovare un rimedio alla piaga degli abusi sessuali. I casi di cui stiamo parlando infatti, non sono una totale novità nell’orbità dell’organizzazione. Si tratta di un continuum di accuse iniziate addirittura in Cambogia nel 1992, e proseguite sino ai giorni nostri, che nello specifico hanno interessato: Bosnia, Kosovo, Burundi, Liberia, Sierra Leone, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Mali, solo per citarne alcuni.

Onu, mani legate?
Analizzando la situazione da vicino, i limiti delle missioni Onu sono principalmente di due tipi: quelli esterni, dati dall’impossibilità da parte del paese in cui sono stati compiuti i presunti reati di condurre il processo; e gli interni, causati dalle carenze nei programmi di reclutamento del personale e del successivo addestramento e dai tempi eccessivamente dilatati delle inchieste interne condotte dall’Onu stessa.
Nel primo caso, infatti, la responsabilità di sanzionare penalmente o perseguire il personale è sotto la giurisdizione esclusiva degli stati membri che mettono a disposizione i peacekeeper. L’Onu può solo garantire la propria collaborazione nelle indagini delle autorità nazionali.
Il problema nasce a causa dello stesso regolamento dell’Onu che assicura l’impunità al proprio staff, per consentirgli di operare senza interferenze.
Il personale coinvolto nelle missioni Onu è di 2 tipi, regolamentati a loro volta da due regimi legislativi differenti. Le truppe a disposizione delle Nazioni unite, che hanno l’immunità nel paese in cui operano ma possono essere perseguite dalla propria nazione per i crimini commessi (Cosa che in realtà non avviene mai, e quando capita le pene sono ridicole); e il personale Onu parte del servizio civile internazionale, che invece ha l’immunità anche nel proprio paese di residenza. 
Per essere precisi va detto che la Convenzione sui privilegi e le immunità delle Nazioni Unite dovrebbe garantire l’immunità del personale solo per quanto riguarda le azioni ufficiali, e risulta abbastanza palese che lo stupro non rientri in queste casistiche. Le accuse avanzate contro il personale dovrebbero perciò essere subito consegnate nelle mani delle autorità locali. Tuttavia, l’Onu prima di stabilire una possibile collaborazione con le autorità deve svolgere un’indagine personale per confermare il reato (raccogliere prove mediche dello stupro, intervistare la presunta vittima) che troppo spesso si rivela lunga e opaca. Questo meccanismo farraginoso di fatto prolunga l’immunità sino a quando l’Onu non determina la reale colpevolezza dell’accusato.
Il paradosso è evidente: il carnefice diventa intoccabile (nel territorio in cui opera), e la vittima subisce un torto dalle forze che avrebbero dovuto proteggerla.


Truppe della missione Onu in Repubblica Centrafricana, Minusca.
Ad avvalorare invece la sensazione che i programmi di training non siano efficaci si aggiunge il paradosso dei poster affissi alle pareti della base Onu in Centrafrica. I muri dell’edificio sono infatti ricoperti di manifesti che recitano: “È proibito fare sesso con le minorenni”; “È proibito scambiare cibo, beni o servizi in cambio di sesso”; “Tolleranza zero per lo sfruttamento sessuale”, regole che il personale di una missione di pace dovrebbe far sue anche senza l’ausilio della cartellonistica. Questo semplice esempio testimonia in maniera forte una falla nei programmi di addestramento frettolosi e mal pensati. Molto spesso truppe che in precedenza erano in servizio in missioni per conto dell’Unione africana (Ua) vengono “trasformate” in caschi blu dell’Onu senza alcuna formazione. Come sostiene il Rappresentante speciale delle Nazioni unite per la missione in Centrafrica, Onanga-Anyanga, ‹‹Non possiamo semplicemente mettere un casco blu in testa alle persone e pretendere che la loro mentalità cambi da un giorno all’altro››.

Il caso Bangladesh
Su un totale di 41 investigazioni attualmente in corso solo 3 sono state completate. Tra queste spicca il caso recente di un peacekeeper egiziano attivo in Centrafrica che è stato condannato dalla Corte Marziale a 5 anni con l’accusa di violenza sessuale. E poi quello di un peacekeeper del Bangladesh, sempre operativo nella Repubblica Centrafricana, che ha ricevuto una condanna di un anno di carcere per abusi su una minorenne.
Quest’ultimo caso ha una certa rilevanza, perché il Bangladesh ha deciso di condividere l’azione intrapresa contro il soggetto con tutti i contingenti degli Stati membri impegnati in missioni delle Nazioni Unite, al fine di aumentare la consapevolezza nel personale Onu delle conseguenze di una condotta abnorme. Inoltre, il caso sarà integrato nei programmi di addestramento dei caschi blu.

E le vittime?
Ciò che accomuna coloro che hanno subìto queste violazioni è il senso d’impotenza e d’ingiustizia. Tante le storie di abusi taciute e accantonate, rallentate dalla burocrazia stessa dell’Onu. La mancanza di trasparenza, l’inefficacia e la lentezza delle indagini, hanno ulteriormente tolto la parola alle vittime.
Nessuna soluzione efficace si profila all’orizzonte, a testimonianza di questo ci sono le decine di riforme normative che hanno interessato l’Onu negli ultimi anni, nessuna delle quali ha portato reali benefici. Ciò contribuisce a sollevare il sospetto che forse l’Onu non abbia un reale interesse a velocizzare le indagini perché darebbe sostanza agli scandali e, come un grande riflettore, getterebbe una luce sinistra sulle missioni Onu: con successivi tagli dei finanziamenti dei paesi membri.
Una minaccia reale se si pensa che lo scorso mese di aprile, alcuni senatori degli Stati Uniti hanno minacciato l’Onu di ritirare i finanziamenti erogati (il 28% del budget annuale dei peacekeeper che ammonta ad un totale di $8.3 miliardi) a causa dell’incapacità di questa nel porre rimedio allo scandalo delle violenze sessuali.
Questa decisione indica da un lato la consapevolezza degli stati membri di avere grande influenza in una futura riforma della burocrazia, dall’altro che l’Onu potrebbe fare di più in merito.
Il fatto che queste violenze siano commesse da chi intende, come enunciato dalla Carta delle Nazioni Unite del 1945, “salvare le generazioni future dal flagello della guerra” e “mantenere la pace e la sicurezza internazionale”, mette in seria discussione la legittimità e l’efficacia delle missioni da parte dell’Onu.
Tra i vari poster educativi appesi alle pareti in Centrafrica forse ne manca uno, questa volta da attaccare però nei muri delle strade e dei paesi presidiati. Un manifesto che metta in guardia tutte quelle persone convinte che stiano arrivando i salvatori, che non sempre potrebbe essere così. Magari su quel cartellone ci si potrebbe scrivere: “Attenzione, a volte sotto il casco si nascondono dei lupi. E la pace, è l’ultimo dei loro pensieri”.