Onu, Ua e Francia hanno già inviato i loro mediatori per cercare una soluzione diplomatica
Oltre 120 morti in due settimane per le proteste contro il governo, 40 nella sola giornata di sabato, quando la polizia ha aperto il fuoco sulla folla. E l’apertura di un dialogo sembra davvero lontana: il leader dell’opposizione Rajoelina ha nominato un “suo” governo. L’intervista con Luciano Lanzoni, cooperante ad Antananarivo.

È stata un’altra giornata di “ville morte” oggi a Antananarivo, capitale del Madagascar: il sindaco deposto Andry Rajoelina, che guida le proteste contro il presidente Marc Ravolamanana, ha annunciato un altro sciopero generale. Oggi, oltre ai negozi, si sono fermate le scuole, domani i trasporti pubblici.

Anche il partito presidenziale ha indetto per oggi un assembramento di sostenitori di Ravolamanana vicino allo stadio della città, in contrapposizione a piazza 13 maggio, luogo di partenza delle manifestazioni guidate dell’opposizione, e punto storico di raccolta anche delle rivolte che tra il dicembre 2001 e il giugno 2002, portarono Ravalomanana al potere, e destituirono l’allora presidente Didier Ratsikara. Dopo che le manifestazioni di sabato scorso si sono concluse con una strage, con la guardia presidenziale che ha aperto il fuoco contro i civili, uccidendo 28 persone secondo le autorità, 40 secondo la Croce Rossa Internazionale, e ferendone almeno 350, la popolazione è tornata in piazza già martedì, dopo aver rispettato la giornata di lutto nazionale indetta per lunedì. Sono già oltre 120 le vittime da quando è partita l’ondata di proteste, il 26 gennaio scorso.

Ma se il dissenso popolare non accenna a placarsi, anche il fronte governativo comincia a sgretolarsi: dopo le violenze della Guardia Presidenziale, il Ministro della Difesa Cecile Manorohanta, in aperta polemica con la gestione di Ravalomanana, ha rassegnato le dimissioni. Il governo non ha perso tempo e nel giro di poche ora ha nominato un sostituto, il vice-ammiraglio Mamy Ranaivoniarivo. A distanza di 3 giorni dalla strage, nonostante i proclami, l’esecutivo non ha però ancora formalizzato nessuna incriminazione. La situazione rischia di degenerare ancora e la comunità internazionale ha già inviato i suoi mediatori nel tentativo di aprire un tavolo tra le parti. Oggi è previsto l’arrivo del Segretario di Stato alla cooperazione francese, Alain Joyandet, assieme ad una delegazione della Commissione dell’Oceano Indiano.

L’Unione Africana ha spedito in Madagascar l’ivoriano Amara Essy. L’inviato dell’Onu, l’eritreo Haïlé Menkerios, ha invece già incontrato sia Ravalomana che Rajoelina, che si sarebbero entrambi detti disposti a dialogare. Buoni propositi che finora non hanno avuto riscontro nella realtà, anzi: proseguendo nel suo intento di dar vita ad un governo di transizione, e dopo essersi autoproclamato a guida del paese, di fronte a decine di migliaia di suoi sostenitori, Rajoelina ha nominato un suo premier, Monja Roindefo, e quattro nuovi “ministri”: Interno, Sicurezza, Finanze e Bilancio e Decentramento. La nomina del nuovo esecutivo sarà completata entro questa settimana, e lunedì questo “governo alternativo” comincerà a lavorare. Nonostante la rassicurazioni raccolte dai mediatori, le prospettive per l’apertura di un dialogo sembrano lontane.

Le ragioni delle proteste

Il braccio di ferro tra il presidente imprenditore e il sindaco ex-deejay, entrambi di etnia merina, è iniziato nel dicembre scorso, quando il governo ha deciso la chiusura del canale televisivo ”Viva” di proprietà di Rajoelina, dopo un’intervista con l’ex presidente Didier Ratsiraka, in esilio in Francia dal 2002, dopo 25 anni di presidenza.

Ma i motivi di malcontento popolare nei confronti del governo sono tanti: lo sviluppo tanto promesso dal presidente, che nel 2006 è stato confermato per un secondo mandato, non è arrivato. Il paese ha raccolto i frutti della liberalizzazione dell’economia, imposta dalla vena imprenditoriale di Ravalomanana, ma resta molto da fare ancora soprattutto per le comunità rurali, che rappresentano la maggioranza della popolazione, e che si dedicano soprattutto ad un’agricoltura di sussistenza.

Il presidente è inoltre accusato di essersi impossessato di fondi pubblici (reato per il quale il precedente presidente Ratsiraka è stata condannato a 10 anni di lavori forzati). Sotto accusa in particolare l’acquisto di un Boeing 737 nel dicembre scorso, del valore di 60 milioni di euro, cifra che il presidente avrebbe attinto direttamente dalle casse statali. Ravalomanana, che durante gli anni di presidenza non ha mai rinunciato a gestire i suoi affari personali, dirige tuttora un’importante catena di supermercati, Tiko (presa di mira durante le manifestazioni del 26 gennaio), ed è proprietario di diversi mezzi di comunicazione, tra cui l’emittente televisiva Malagasy Broadcasting System.

La comunità internazionale, in particolare i paesi donatori, lo ha più volte esortato a vendere le sue imprese, per evitare un conflitto di interessi. L’acquisto del Boeing, dopo le polemiche per una legge che esonera l’olio vegetale dall’Iva e dalle tasse di esportazione (iniziativa che favorisce direttamente le imprese di Ravalomanana), ha irritato Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che hanno deciso il congelamento di 35 milioni di dollari destinati a finanziare i progetti di sviluppo nel paese.

La tensione con la comunità internazionale è stata abilmente cavalcata dall’opposizione, che attacca inoltre il governo per l’accordo stretto con la multinazionale sudcoreana Daewoo, alla quale è stato concesso per 99 anni l’uso di 1,3 milioni di ettari di terreno, ufficialmente per coltivare mais e olio di palma. Una porzione di territorio grande come metà del Belgio, un terzo dei terreni coltivabili della Grande Ile. Rajoelina si fa portavoce delle paure degli agricoltori malgasci, che temono di perdere la proprietà dei propri terreni. Il progetto punta a produrre 5 milioni di tonnellate di mais all’anno (la Corea del Sud è il terzo importatore al mondo di questo cereale).

Di fronte alle tensioni scatenatesi nelle ultime settimane, la Daewoo, pur assicurando la volontà di tener fede agli impegni presi con il contratto, ha però fatto una piccola marcia indietro, annunciando che potrebbe ritardare l’inizio dei lavori: il prezzo del mais in questo particolare momento finanziario è troppo basso e gli scontri in corso nel paese stanno determinando delle condizioni economiche non idonee agli investimenti. Il ripensamento della Daewoo potrebbe presto non essere isolato: se la disputa politica non si risolverà in fretta, secondo gli analisti, saranno molti gli investitori stranieri che decideranno di ritirarsi dal paese.

Per approfondire, cerca questi articoli usando il motore di ricerca in alto:

L’intervista con Luciano Lanzoni, cooperante dell’ong italiana Reggio Terzo Mondo, ad Antananarivo.

Il percorso politico di Marc Ravalomanana:

Verso un “Marc 2” : l’analisi prima delle elezioni presidenziali di dicembre, da Nigrizia di ottobre 2006
Non è tutto oro… : intervista a Sylvain Urfer, dopo un anno di gestione di Ravalomanana, da Nigrizia di dicembre 2003. Per i suoi attacchi diretti al presidente, Urfer è stato espulso dal Madagascar nel 2007.