Da Nigrizia di marzo 2012: crisi politica
Un variegato movimento di liberazione, compresi i combattenti tuareg, chiede il ritiro dell’esercito e punta all’autodeterminazione del vasto territorio a nord del fiume Niger, che include Gao, Kidal e Timbuctu. Accesi i combattimenti. In migliaia riparano oltreconfine. E a fine aprile ci sono le presidenziali.

A due mesi dalle elezioni presidenziali del prossimo 29 aprile, il Mali è scosso dalla più violenta crisi politica della sua storia. Dal 22 settembre 1960, giorno della nascita come repubblica indipendente, non era mai successo che l’unità del paese fosse messa così fortemente in discussione e che la guerra fra militari e ribelli e lo scontro fra le diverse etnie causassero l’esodo di oltre 30mila maliani in Burkina, Niger e Mauritania.

 

La scintilla è scoppiata all’alba di martedì 17 gennaio a Ménaka, nel profondo nord-est maliano, a un centinaio di chilometri dal confine con il Niger, quando i ribelli del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) hanno attaccato la cittadina, interrompendo le comunicazioni telefoniche e issando la loro bandiera. Nel pomeriggio, fonti governative riferivano che l’esercito maliano aveva ripreso la città. La scelta di Ménaka come primo bersaglio non è stata casuale per il nuovo gruppo indipendentista: nel giugno 1990 proprio da lì era partita la rivolta del Movimento popolare dell’Azawad (Mpa), che terminò mesi dopo con gli accordi di Tamanrasset. Allora gli uomini di Iyad Ag-Ghali avevano a disposizione vecchi fucili; oggi i combattenti dell’Mnla sono equipaggiati di tutto punto con mitragliatrici, pick up, persino missili terra-aria arrivati dalla Libia.

 

La caduta di Muammar Gheddafi è un tassello importante per la costituzione dell’Mnla. Centinaia di tuareg che si erano arruolati nell’esercito libico sono ritornati in patria, fra loro anche gli “irriducibili”, capitanati da Ibrahim Ag-Bahanga (scomparso in un incidente d’auto lo scorso 26 agosto), che non avevano accettato l’ultimo accordo di pace con il governo di Bamako, firmato ad Algeri nel luglio 2006. Gli ex militari si sono uniti ai giovani del Movimento nazionale dell’Azawad (Mna, formatosi nell’ottobre 2010): intellettuali, militanti politici, blogger alla ricerca di un avvenire per il loro popolo. Dalla fusione di diverse anime, il 16 ottobre 2011 è nato l’Mnla. Con un obiettivo ben preciso: l’indipendenza dell’Azawad, la vasta fascia desertica a nord del fiume Niger, che comprende le regioni di Gao, Kidal e Timbuctu, abitate dal popolo tamasheq e dalle etnie songhai, peul, bozo, mauri. Il movimento, che si autodefinisce rivoluzionario e politico-militare, rivendica l’autonomia dalla colonizzazione del governo centrale, imposta nel 1960: tutte le principali cariche politiche e amministrative nelle regioni del nord sono occupate da funzionari bambara, l’etnia dominante nel sud del Mali. Recuperare il territorio dell’Azawad, liberandolo dalla presenza militare maliana, è, con il diritto all’autodeterminazione, il punto saliente del progetto politico. Come nelle precedenti ribellioni tuareg in Mali e Niger, la galassia dei gruppi uniti nella lotta contro il potere centrale è però variegata. Accanto all’Mnla si è schierato Iyad Ag-Ghali – capo della ribellione tuareg all’inizio degli anni Novanta, diventato salafista – con il suo nuovo gruppo Ansar al-Din (“difensori della fede”). E non sono mancati i disertori che hanno abbandonato l’esercito per ricongiungersi ai rivoluzionari.

 

 

Reciproche accuse

Il villaggio di Aguelhok, nella regione di Kidal, a 150 chilometri dalla frontiera algerina, è stato oggetto di due attacchi da parte dell’Mnla, il 18 e il 24 gennaio. Il secondo, particolarmente sanguinoso, si sarebbe concluso, secondo il portavoce dell’esercito, con l’esecuzione di una sessantina di soldati fatti prigionieri dai ribelli. Idrissa Traoré, capo dell’informazione delle forze armate, ha anche accusato il movimento indipendentista di aver agito a fianco dei guerriglieri di Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi).

 

Ma Bilal Ag-Chérif, segretario generale dell’Mnla, nega categoricamente ogni contatto con l’Aqmi (in gran parte composto da militanti salafisti algerini), che dal 2003 ha posto le basi nel massiccio dell’Adrar des Ifoghas, al confine fra Algeria, Mali e Niger (l’immensa area desertica e rocciosa è punto di passaggio ideale per traffici di droga e armi, nonché nascondiglio sicuro per gli ostaggi occidentali).

 

Il Movimento di liberazione dell’Azawad – dice Chérif in un’intervista ad Alalkhbar, sito d’informazione mauritano – è pacifico: per raggiungere i suoi obiettivi, ha invitato le autorità maliane al dialogo. «L’offerta di dialogo ha avuto come risposta la militarizzazione eccessiva delle nostre regioni da parte dell’esercito», dichiara: «Il nostro movimento ha reagito a queste provocazioni: la liberazione di Ménaka il 17 gennaio 2012 è stata la reazione al comportamento dell’esercito maliano».

 

In una guerra di comunicati, sul sito www.mnlamov.net appare la secca smentita della denuncia di esecuzioni sommarie, contrarie al codice d’onore e alla Convenzione di Ginevra.

 

Se il governo del Mali accusa i ribelli dell’Azawad di collusione con i terroristi, a loro volta i dirigenti dell’Mnla rimproverano le istituzioni – e il presidente Amadou Toumani Touré in primis – di strumentalizzare la presenza di Aqmi nel nord del paese per richiedere l’appoggio militare straniero e impiegare poi gli aiuti ricevuti per combattere, non tanto i jihadisti di Aqmi, ma la resistenza tuareg. A metà dicembre gli Stati Uniti, che dall’ottobre 2008, con l’attivazione di Africom, si sono impegnati a combattere la minaccia di Al-Qaida nel Sahara, hanno consegnato, in una cerimonia nella caserma di Kati, 75 veicoli, stazioni radio, pezzi di ricambio, divise. Touré, presente alla consegna, ha ringraziato, ribadendo l’impegno per una politica di «sicurezza e pace».

 

Poche settimane dopo, a inizio febbraio, il presidente ha dovuto rendere conto della mancanza di munizioni e dello scarso equipaggiamento dei soldati uccisi o feriti negli scontri di Aguelhok. Le mogli e le madri delle vittime, con l’abituale franchezza delle donne africane, non gli hanno risparmiato domande spinose, come quella se fosse o no in combutta con i ribelli.

 

La protesta delle donne di Kati (base militare a 30 chilometri da Bamako), tenute all’oscuro della situazione dei loro mariti e figli coinvolti nei combattimenti al nord, è degenerata in poche ore in atti vandalici sulle proprietà di tuareg e arabi. A Bamako e Ségou sono state bruciate le auto, assaltati negozi e case. A molti “bianchi” non è rimasta altra soluzione che la fuga precipitosa oltre confine, prendendo il primo volo (i più fortunati) per Ouagadougou, Nouakchott, Dakar, ovunque ci fosse un familiare, un amico. Anche l’unico tuareg al governo, il ministro dell’agricoltura Aghatam Ag-Alhassane, è volato con la famiglia nella capitale burkinabè.

 

Si fugge, naturalmente, anche dalle zone di guerra. A nord di Kidal sono 4mila gli abitanti scappati da Aguelhok e da Tessalit, dove si continua a combattere (è una località strategica, perché dotata di aeroporto): in 10mila hanno già varcato la frontiera con l’Algeria. Nel nord-est del Mali, dopo gli scontri avvenuti a Ménaka e Anderamboukane, 26mila persone hanno lasciato i loro villaggi per luoghi più sicuri. Il Niger ha accolto 15mila persone nella regione di Tillaberry. A sud, in Burkina Faso, avrebbero trovato rifugio 8mila maliani, mentre 13mila sono scappati in Mauritania dopo gli scontri avvenuti a Léré, nella regione di Timbuctu. I ribelli non hanno risparmiato neppure il tranquillo villaggio di Niafunké lungo il Niger, dove ha vissuto il più grande musicista maliano, Ali Farka Touré. I bambini della scuola, impauriti dagli spari, hanno attraversato il fiume a nuoto.

 

 

Box: Voto in forse

La guerra che si è scatenata nel nord del Mali potrebbe avere come conseguenza il rinvio delle elezioni presidenziali previste il 29 aprile per il primo turno, e il 13 maggio per il secondo. Lo ha affermato ai microfoni di Radio France internationale Soumeylou Boubèye Maiga, ministro degli esteri. «In questo momento la priorità va data al ripristino della sicurezza nel paese», ha detto. «È già successo nel 1992 che le elezioni siano state posticipate di qualche settimana: la nostra costituzione offre abbastanza margini di manovra». Se la situazione di conflitto fra Mnla ed esercito dovesse permanere, nessun candidato potrebbe fare campagna elettorale nelle regioni del nord – scrive il quotidiano Le Républicain – ed è impensabile escludere dal voto le decine di migliaia di cittadini rifugiati all’estero. Lo stato di emergenza potrebbe favorire l’attuale presidente, Amadou Toumani Touré, al potere dal maggio 2002. Secondo l’articolo 30 della costituzione, non può aspirare a un terzo mandato (e lui stesso ha confermato il suo ritiro nel giugno 2011), ma l’articolo 50 conferisce al capo di stato poteri eccezionali, quindi anche la possibilità di restare al comando, se l’integrità territoriale fosse minacciata.

Fra i candidati di maggior rilevanza spicca Ibrahim Boubacar Keita, ex primo ministro ed ex presidente dell’assemblea nazionale, che ha già sfidato Amadou Touré nelle ultime elezioni. Questa volta è sostenuto da una coalizione di 15 partiti. Nel suo programma, la creazione di posti di lavoro, la lotta al terrorismo e alla corruzione, la sicurezza alimentare. Altra candidatura di rilievo è quella di Dioncounda Traoré, attuale presidente dell’assemblea nazionale, a capo dell’Alleanza per la democrazia in Mali (Adéma), anche lui sostenuto da 15 partiti.

 


 



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