Da Nigrizia di maggio 2012: nazione in bilico
Dopo un tentato golpe e le dimissioni del presidente Touré, le parti politiche tentano di trovare un accordo per il voto. Ma intanto il nord è in mano agli indipendentisti tuareg e agli islamisti. La Comunità economica dell’Africa occidentale decisa a mantenere l’integrità territoriale del paese.

Il Mali vive i drammatici avvenimenti che l’hanno scosso negli ultimi mesi come se fosse una nazione già divisa in due. Nella capitale Bamako si tentano nuovi equilibri politici dopo il fallito golpe del capitano Amadou Sanogo e l’uscita di scena, domenica 8 aprile, del presidente Amadou Toumani Touré, costretto alle dimissioni dall’accordo fra i paesi della Comunità economica dell’Africa Occidentale (Cedeao) e la giunta golpista.

 

Incontri, accordi, manifestazioni per le strade: partiti e personalità politiche tornano a mobilitarsi dopo la parentesi putschista. Al nuovo primo ministro, Cheick Modibo Diarra, e al suo governo spettano la gestione della transizione fino alle prossime elezioni presidenziali (a data da definire; erano previste per il 29 aprile) e il non facile compito di riconquistare il nord, riunificando il paese.

 

Secondo testimoni locali, la situazione nella capitale è tranquilla. Non così al nord. Le tre regioni in mano ai ribelli – Gao, Kidal, Timbuctu; i loro territori formano quasi due terzi dell’intera nazione – vivono nell’insicurezza per le rivalità fra i nuovi padroni, il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) e il movimento islamico tuareg Ansar Dine (“difensori della religione”, in arabo), che hanno occupato militarmente le città capoluogo, e nel disagio per la mancanza di rifornimenti. Gli abitanti tentano di fuggire verso sud o nei paesi confinanti, andando ad aumentare le file degli oltre 240mila rifugiati che hanno lasciato i loro villaggi dall’inizio degli scontri (17 gennaio).

 

Secondo le stime dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu, al 12 aprile almeno 140mila maliani sono riparati all’estero: in Algeria (30mila), Mauritania (50mila), Niger (30mila), Burkina Faso (33mila). Ad aggravare la situazione degli sfollati, dentro e fuori il paese, è il grave rischio carestia nell’intera area del Sahel, che in Mali mette a repentaglio la sicurezza alimentare di 3,5 milioni di abitanti, uno su cinque, e rende precaria la sopravvivenza nei campi profughi nei paesi vicini, come il Niger, anch’essi colpiti dall’emergenza carestia.

 

A Bamako, un primo passo positivo è stato l’abbandono del potere da parte della giunta militare che, a quindici giorni dal golpe del 22 marzo, ha ceduto alle pressioni del mediatore della Cedeao, il presidente burkinabè, Blaise Compaoré, lasciando il campo alle autorità civili. Di conseguenza, è stato tolto l’embargo che bloccava alle frontiere merci e carburante.

 

Il presidente dell’assemblea nazionale, Dioncounda Traoré, cui la costituzione assegna il ruolo di presidente ad interim, è tornato sabato 7 aprile dal Burkina Faso e ha prestato giuramento il giorno 12. Nel suo discorso d’insediamento ha fatto appello all’unità del paese, ma ha anche rimarcato: «Non esiteremo a condurre una guerra totale e implacabile per recuperare la nostra integrità territoriale». Quanto alle elezioni, che dovrebbero tenersi entro 40 giorni dalla sua nomina a presidente ad interim, Traoré ha dichiarato che si devono realizzare le condizioni per effettuarle, fra le quali uno schedario elettorale credibile. Ma è difficile ipotizzare la loro realizzazione entro un così breve arco di tempo e con il problema dei rifugiati.

 

Nel suo ruolo di mediatore, il presidente del Burkina Faso ha ricevuto, il 14 e 15 aprile a Ouagadougou, i leader dei partiti e i capi dell’ex giunta militare che hanno trovato un accordo su una road map per gestire la transizione. Per arrivare alla nomina del primo ministro, cui spetta ogni potere decisionale, si è dovuto invece attendere fino al 17, quando, con decreto presidenziale, la scelta è caduta sull’astrofisico Cheick Modibo Diarrà, 60 anni. Ex presidente di Microsoft Africa, Diarrà ha preso parte a un programma della Nasa e può contare su relazioni importanti nell’ambiente internazionale.

 

Si tratta

Riuscirà il neo premier a conciliare le varie anime della politica maliana e a vincere la difficile sfida di ricomporre l’unità nazionale? I responsabili dell’Mnla non intendono fare marcia indietro sulle intenzioni separatiste che li hanno portati a proclamare unilateralmente, il 6 aprile, l’indipendenza dell’Azawad. Il desiderio di libertà di questa vasta area desertica, che comprende le tre regioni del nord del Mali (ma anche una fascia nel confinante Niger), ha ragioni antiche. I tuareg che l’abitano hanno combattuto con forza l’esercito coloniale francese e non hanno mai accettato il potere di Bamako (nel 1958 avevano chiesto, invano, al generale De Gaulle di formare uno stato indipendente). Dal 1963 si sono succedute diverse ribellioni, terminate con accordi di pace, poi disattesi da entrambe le parti.

 

Il fuoco che covava sotto la cenere del malcontento per l’abbandono in cui sono state lasciate per decenni le popolazioni del nord ha portato, con il ritorno di guerriglieri e armi dalla Libia, allo scatenarsi della nuova serie di conflitti a fuoco contro l’esercito nazionale, iniziata lo scorso 17 gennaio a Menaka. Una battaglia che le milizie dell’Mnla non hanno combattuto da sole. Al loro fianco si è schierato un capo storico della ribellione tuareg negli anni Novanta, Iyad Ag Ghali, il quale, dopo la firma degli accordi di pace nel marzo 1996, era stato nominato console a Djedda, in Arabia Saudita. Alla fine del 2011 è tornato in Mali al comando dell’Ansar Dine (nel frattempo si era convertito al salafismo, fatto che l’ha avvicinato ai militanti di Al-Qaida nel Maghreb islamico, Aqmi, con cui ha trattato il rilascio di ostaggi).

 

I suoi uomini hanno giocato un ruolo fondamentale nella presa di Gao e Kidal, dove adesso vogliono imporre la shari’a (o legge islamica), obbligando le donne a indossare il velo e chiudendo i locali che vendono alcolici. Ma anche a Timbuctu, dove domenica 15 aprile l’unica occidentale rimasta, una svizzera impegnata da anni in attività sociali, è stata prelevata da uomini armati. I ribelli dell’Mnla, contrari ai rapimenti, hanno invece aiutato a fuggire dalla “città dei 333 santi” la tedesca Stefi Lern. Salgono così a 14 gli ostaggi occidentali in mano ad Aqmi e affini, a cui si aggiungono il console e 6 diplomatici algerini rapiti il 5 aprile a Gao da un’altra sigla, costola dissidente dell’Aqmi: il Movimento per l’unicità e il jihad in Africa Occidentale (Mujao).

 

L’Ansar Dine non ha velleità separatiste: l’obiettivo è di imporre la shari’a a tutto il paese. Oumar Ag Mohamed, persona vicina a Iyad Ag Ghali, ha dichiarato di voler dialogare con le autorità di Bamako, «purché non ci siano stranieri a immischiarsi nei nostri problemi »; come segno distensivo, ha rilasciato 160 militari maliani prigionieri.

 

I tuareg dell’Mnla, che avevano approfittato del vuoto politico creatosi a Bamako per proclamare l’indipendenza dell’Azawad, hanno iniziato i contatti con le autorità di transizione. Un emissario del presidente ad interim ha incontrato, domenica 15 aprile a Nouakchott, in Mauritania, alcuni dirigenti dell’Mnla. «Siamo aperti alla discussione. Che per l’Azawad sia indipendenza o federazione, non scartiamo nessuna ipotesi. Ma è importante che ci siano le garanzie della comunità internazionale», ha commentato Hama Ag Mahmoud, dell’ufficio esecutivo del movimento. D’altro canto, l’indipendenza dell’Azawad è osteggiata da tutti: Unione Europea, Nazioni Unite, Algeria…

 

Non è destinata a reggere a lungo l’alleanza strategica fra l’Mnla e l’Ansar Dine. Si ripetono i distinguo dei vertici del movimento per prendere le distanze dall’Ansar Dine, troppo vicino all’Aqmi. E l’affermarsi dei gruppi (katiba) degli integralisti nel nord del paese – in una zona strategica, ricca di petrolio, gas naturale, oro – rappresenta un rischio non solo per il Mali, ma per l’intera regione saheliana. Ne è ben consapevole il presidente mauritano, Abdel Aziz, che ha garantito a Bamako il suo appoggio «per evitare un altro Afghanistan».

 

Il ritorno all’integrità nazionale è anche l’obiettivo della Cedeao, che intenderebbe schierare 2.500 uomini a fianco dei militari maliani, mentre la Francia e gli Stati Uniti sono disponibili, come già in passato, a fornire supporto di armi e mezzi logistici. Per scongiurare l’ipotesi militare ci sarà molto da fare nelle prossime settimane per le diplomazie e i politici di buona volontà.

 


 



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