Mauritania

Un’influente organizzazione religiosa della Mauritania, il Forum degli imam e degli ulama, ha chiesto l’applicazione della condanna a morte nei confronti del blogger Mohamed Ould Cheikh Ould Mkhaitir, accusato di apostasia e arrestato nel 2014 per aver pubblicato un articolo in cui criticava il sistema delle caste vigente nel paese. La Mauritania è infatti una Repubblica Islamica e prevede nel suo ordinamento la pena di morte, ma non la applica dal 1987. Questi religiosi ritengono però che il giovane debba essere condannato «secondo la legge di Dio» per il suo articolo, dichiarato blasfemo nei confronti del profeta Maometto, escludendo ogni possibilità di essere graziato. Il blogger era ricorso infatti all’istituto del perdono da parte della Corte Suprema, previsto dalla legge in caso di pentimento sincero, scusandosi per quanto pubblicato e dichiarando che non aveva intenzione di offendere la religione. L’articolo incriminato, pubblicato nel dicembre 2013, attaccava «coloro che si servono della religione per discriminare i membri di determinati gruppi etnici».

Il problema della discriminazione su base etnica è molto forte in Mauritania, dove la pratica di ridurre in schiavitù ed emarginare persone appartenenti alle minoranze è una realtà diffusa; secondo la legge, però, la schiavitù è stata abolita ufficialmente nel 1981, mentre l’anno scorso fu approvata la convenzione Onu contro la schiavitù e fu emanata una dura legge antischiavista. Nonostante questo, però, queste pratiche non si fermano e ad avere la peggio sono gli attivisti che vi si oppongono, spesso arrestati e trattati duramente, più degli stessi schiavisti.

Molti gruppi per la difesa dei diritti umani, tra cui Freedom Now e Il Comitato per la protezione dei giornalisti, si sono mobilitati per chiedere la liberazione di Mohamed Ould Cheikh Ould Mkhaitir. Freedom Now, in particolare, ha dichiarato che il suo processo è stato inficiato da irregolarità procedurali e sarebbe da rifare completamente; inoltre, tre degli avvocati difensori di Mkhaitir hanno rinunciato all’incarico a causa delle minacce di morte ricevute. Il verdetto definitivo della Corte Suprema sulla vicenda era previsto per ieri, ma la presenza di numerosi manifestanti, anche armati, che chiedevano l’applicazione della pena capitale per Mkhaitir ha spinto il giudice a posporre l’udienza al prossimo 20 dicembre. (Bbc / Iheu / Twitter)