L’opposizione: «farsa elettorale»
Il generale Mohamed Ould Abdelaziz ha vinto le presidenziali al primo turno. Nessuna irregolarità, secondo la comunità internazionale, che ha inviato 250 osservatori. L’opposizione non accetta il risultato e parla di «farsa elettorale, volta a legittimare il golpe»

Il “paladino dei poveri”, in questa veste l’ex capo della giunta militare al potere in Mauritania, è riuscito ad ottenere una vittoria al primo turno nelle elezioni presidenziali che si sono svolte sabato 18 luglio. Gridano all’inganno gli oppositori, mentre la comunità internazionale, con la Francia capofila, riconosce il risultato delle elezioni. Con il 52,58% di voti, il generale Abdelaziz ha ricevuto l’investitura popolare di cui aveva bisogno per superare l’isolamento internazionale che il paese ha subito, dopo il colpo di stato dello scorso 6 agosto 2008, quando lo stesso Abdelaziz, già capo della guardia presidenziale, ha deposto il presidente democraticamente eletto Sidi Ould Cheikh Abdallahi, ponendolo agli arresti domiciliari. Sembrerebbero godere di consenso, i militari, dato che il golpe è avvenuto senza versare il sangue di alcuno.

La divisione tra i partiti anti-golpisti ha premiato il nemico comune. Se non altro fino alla decisione attesa della Corte Costituzionale, che deve esprimersi sulla regolarità del voto. Il capo dell’Unione delle forze democratiche Ahmed Ould Daddah e il presidente del parlamento Messaoud Ould Boulkheir, non avrebbero raggiunto il terzo dei voti, con, rispettivamente, il 16,3 e il 13,7%.
Nonostante i 250 gli osservatori inviati da Unione Africana, Unione Europea, Organizzazione Internazionale della Francofonia e Lega araba, Boulkheir, a nome di tutti i candidati, ha definito le elezioni una «farsa volta a legittimare il colpo di stato militare».

Si direbbe proprio un “patto con il diavolo”, quello siglato tra opposizione e giunta militare lo scorso 4 giugno, quando i militari erano ancora intenzionati ad andare al voto il 6 giugno, nonostante il boicottaggio annunciato delle elezioni, e la condanna della comunità internazionale. Attraverso l’intesa, siglata con la mediazione del Senegal, militari e oppositori hanno formato un governo di unità nazionale che ha in seguito accompagnato il paese al voto, attraverso una gestione condivisa. Una “facile” via di uscita per Abdelaziz, che ha potuto così facilmente legittimare la propria posizione. Ormai al potere da quasi un anno, ha potuto nei mesi guadagnarsi la fiducia della popolazione attraverso una politica attenta ai prezzi dei beni alimentari di prima necessità.

Non sono, tuttavia, le divergenze sulle “politiche per il popolo” ad aver spinto i militari allo scontro aperto con la precedente classe politica, ma il rapporto più o meno indulgente del governo di Abdallahi nei confronti dei movimenti islamisti, in un paese dove la lotta ad Al Qaeda è tra i primi punti dell’agenda politica.