Oggi si celebra l’Africa Day. A differenza degli altri anni, non si svolgeranno particolari manifestazioni a causa dell’emergenza Coronavirus. Ciò non toglie che sono previsti numerosi appuntamenti istituzionali e culturali nella Rete, in particolare sui canali Facebook e YouTube, con il coinvolgimento di politici, studiosi, artisti e personaggi che amano il continente. La ricorrenza odierna – è bene rammentarlo – coincide con l’anniversario della costituzione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (divenuta in seguito Unione Africana), avvenuta nel maggio del 1963 per celebrare l’indipendenza, allora appena conquistata, da molti paesi nei confronti dei regimi coloniali.

Il pregiudizio di fondo verso l’Africa

Dobbiamo comunque riconoscere che, nell’inconscio collettivo occidentale, si è sedimentato nel tempo una sorta di pregiudizio verso questo continente. La dice lunga l’atteggiamento altezzoso e pregiudizievole di certi governi europei nei confronti della mobilità umana da meridione verso settentrione. In effetti, le “Afriche” — è doveroso il plurale parlando di un continente tre volte l’Europa — vengono costantemente redarguite, quasi fossero irriducibilmente bocciate dalla storia, quella delle grandi civilizzazioni. Ecco che allora, spesso, molto spesso, ogni genere di comunicazione riferita al continente africano si riduce ai soliti stereotipi di atrocità, guerre, carestie, pandemie e permanente instabilità. Non solo. Le Afriche sono solitamente percepite, nell’immaginario nostrano, quasi fossero una realtà a sé stante, anni luce distante dal resto del mondo; una sconfinata terra di conquista fatta di savane, deserti e foreste pluviali i cui popoli, per misteriose ragioni ancestrali, sarebbero istintivamente avversi alla mente razionale e al pensiero scientifico. Occorre, pertanto, sfatare certi luoghi comuni che soffocano ogni serio ragionamento, nella consapevolezza che questo continente costituisce un poliedrico contenitore di saperi millenari, luoghi di passioni, ricchezza culturale e artistica, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da scoprire.

D’altronde, come ricordava il compianto storico britannico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo e viaggiatore tedesco di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere allora che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia Youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima della nascita di Cristo le coste dell’Africa occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

Afriche impoverite

Si tratta, pertanto, di andare decisamente al di là di certa mentalità, quasi l’uomo bianco avesse bisogno d’inventare le Afriche con le sue affermazioni narcisistiche. E sì perché le Afriche, contrariamente alle indicazioni fornite da certi spot televisivi strappalacrime, non sono povere, semmai risultano impoverite. E le stragi perpetrate contro le popolazioni inermi, rispondono sempre e comunque a logiche predatorie nei confronti di tanta umanità dolente. Poco importa che si tratti delle feroci milizie jihadiste al Shabaab o di formazioni ribelli come nel caso dei Mai-Mai, nella Repubblica Democratica del Congo, dietro le quinte si celano interessi legati alle commodity, le preziose materie prime di cui è ricco il continente. Le responsabilità ricadono, spesso, su potentati stranieri, più o meno occulti, con la complicità di quelle classi dirigenti locali, incapaci di servire la Res publica.

Col risultato che in Africa si acuiscono a dismisura fenomeni come l’esclusione sociale o il land grabbing (il cosiddetto accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere), unitamente allo sfruttamento delle materie prime. E cosa dire delle regole del commercio? Basti pensare agli Epa (Economic Partnership Agreements; in italiano Accordi di Partenariato Economico) con cui l’Unione Europea (Ue) ha imposto ai Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) di eliminare tutte le barriere all’entrata su merci, prodotti agricoli e servizi provenienti dall’Ue, mettendo fine alla non reciprocità sancita dalla Convenzione di Lomé. Libero scambio, quindi, su tutti i fronti, come richiesto dalle norme del Wto, con l’idea che la riduzione delle barriere commerciali incentivi la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo, contribuendo allo sradicamento della povertà. Purtroppo il risultato è di segno contrario: con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, si sta generando un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane. Se a ciò aggiungiamo gli effetti della crisi economica scatenata dal Covid-19, è difficile pensare che qualcuno li stia davvero aiutando a casa loro. Basti pensare al declassamento, operato dalle agenzie di rating il mese scorso, delle economie di ben 10 paesi africani, tra cui la Nigeria, il Sud Africa e la Repubblica Democratica del Congo.

Abissi economici ma unico orizzonte

Per comprendere la discrasia tra Nord e Sud è sufficiente operare un confronto tra le ricchezze di un paese come la Repubblica Centrafricana — con una superficie due volte l’Italia e una popolazione di 5 milioni e mezzo di abitanti — e una regione italiana come la Basilicata. La prima ha un Pil di circa 4 miliardi di dollari, la seconda di 12.250.329.322 di dollari. Senza voler nulla togliere alle bellezze paesaggistiche e alle ricchezze naturali della Lucania, c’è da rilevare che la Repubblica Centrafricana è ricca di diamanti, petrolio, uranio, legname e quant’altro. Non v’è dubbio che se vi fosse equità, gli abitanti di questo paese potrebbero essere più ricchi di quelli del Canton Ticino. E invece il Centrafrica è stato devastato da guerre civili, stragi perpetrate da bande armate finanziate da lontano.

Ecco perché Papa Francesco, il 30 novembre del 2015, aprì la Porta santa, nella cattedrale della capitale centrafricana Bangui, inaugurando così il Giubileo della Misericordia: a fianco dei poveri. D’altronde, come spiegava con lucidità e schiettezza il compianto scrittore nigeriano Chinua Achebe, “Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore”. Un detto ancestrale che evoca l’istanza di guardare alle Afriche senza pregiudizi e stereotipi, andando al di là di una visione paternalistica, ammantata di carità pelosa. Sì perché questo continente ha una dignità inalienabile che nessuno può misconoscere. Noi occidentali, peraltro, in tutto questo ragionamento, dobbiamo prendere atto del fatto che la dialettica tra povertà e ricchezza si gioca anche su altri piani. Laddove per le culture occidentali appare scontato – nella generale mercificazione imposta dal pensiero economico liberale – il primato degli affari sulle persone, l’Africa ci ricorda quello che diceva saggiamente uno dei personaggi generati dall’estro letterario dello scrittore senegalese Cheick Anta Diop a proposito dei rapporti Europa-Africa: “Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro”.