Un immigrato africano al lavoro in fabbrica (Credit: adnkronos.com)

Quanto è legata la percezione che gli italiani hanno del fenomeno migratorio al racconto che i media ne fanno su telegiornali e quotidiani? A dare una risposta a questa domanda sono stati, la settimana scorsa, i due report di Ipsos e Osservatorio di Pavia, commissionati dalla onlus umanitaria WeWorld nell’ambito del progetto europeo Ciack MigrAction e presentati a Bologna durante il focus Media e migrazioni ai tempi del coronavirus.

Da entrambe le ricerche emerge che la realtà migrante è sovradimensionata, sia sui media che nell’immaginario dell’opinione pubblica italiana. E questo fa sì che coabitino nello stesso campione due percezioni diametralmente opposte della stessa realtà: un italiano su quattro è convinto che il problema più grave e urgente nel contesto nazionale sia l’immigrazione; problema che, declinato a livello locale, diventa grave e urgente per una persona su dieci. In quel contesto, dove l’immigrazione si fa prossima e il migrante ha un nome, la percezione della preoccupazione si affievolisce. Confermando che fa paura chi non si conosce.

Un ridimensionamento che dimostra, secondo Marco Chiesara, presidente di WeWorld, come sia la prossimità a fare la differenza. E come il fatto che a parlare di migranti siano spesso i politici o gli opinionisti e non i migranti stessi, finisca per rafforzare degli stereotipi e pregiudizi che non aiutano la costruzione di una società inclusiva e solidale, che invece viene a crearsi in piccoli contesti dove lo straniero è il panettiere, il rider che porta la pizza, la donna che si prende cura dell’anziano di casa.

Percezione distorta

I dati della ricerca dell’Osservatorio di Pavia, che ha monitorato per sei mesi i telegiornali prime time di sette tv generaliste (le tre Rai, Canale5, Studio aperto, Tg4 e La7) e le pagine di dieci quotidiani nazionali, hanno messo in luce che di migranti si parla pochissimo: solo nel 3,7% delle notizie.

La notiziabilità gira tutta attorno a tre macro temi: atti di razzismo e intolleranza, diritti e sbarchi. E ai migranti come oggetto passivo di un racconto spesso mal rappresentato, in cui chi potrebbe essere soggetto non viene interpellato e non ha voce. Quasi del tutto assenti sui media cartacei e televisivi le storie di successo e di inclusione di chi abita in Italia. In cui si rendono noti nomi e percorsi di chi vive nel nostro paese.

Se si parla di migrazione e lavoro poi, i settori di cui si racconta sono, nella maggior parte dei casi, agricoltura e braccianti (46,4%) e colf e personale addetto alle cure familiari (30,4%), come se non ci fossero eccellenze o storie altre da mettere in risalto.

E infatti, nella percezione del contributo della presenza migrante ai tempi della pandemia, secondo i dati diffusi dal sondaggio Istat e raccolti nel mese di settembre, gli italiani riconoscono l’importanza degli stranieri in campo agricolo (indispensabile e importante per il 70%) e non ad esempio in quello sanitario (superfluo per il 40%), dove in tanti sono impiegati, o in quello domestico della cura agli anziani rimasti a casa.

Tra accoglienti e diffidenti

La narrazione cambia di lessico e forma a seconda della testata giornalistica del quotidiano o del telegiornale esaminato. Se si esclude il linguaggio classificato come “neutro” del Sole24ore, il report dell’Osservatorio divide i restanti nove quotidiani tra “accoglienti” e “diffidenti”.

Avvenire, il quotidiano più “accogliente”. Tra i “diffidenti”: La Verità, Il Giornale e Libero, quotidiani che definiscono i migranti sottolineando sempre la loro provenienza dall’esterno o la loro presenza irregolare in Italia. Spesso, questi ultimi, riportano titoli molto urlati che veicolano notizie che poi vanno a rafforzare percezioni come quella dei migranti che portano le malattie (risposta del 43% degli intervistati Ipsos) o hanno favorito l’aumento del Covid-19 (37%).

Rispetto ad altri temi che esulano dalla pandemia: il 40% dei 1.600 italiani sentiti dal sondaggio è contrario allo ius soli; il 30% allo ius culturae e più del 30% è per riconoscere il diritto di cittadinanza solo a chi ha entrambi i genitori italiani.