Attivista di Greenpeace durante un blitz contro l'estrazione di gas offshore sulla piattaforma petrolifera “Prezioso” nel canale di Sicilia nel giugno 2019 (Credit: Greanpeace)

I fondi per la difesa vanno a tutelare gli “interessi fossili” del nostro paese, con un’attenzione speciale alle attività del nostro campione nazionale, l’Eni. È la tesi esposta nell’ultimo rapporto dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, divulgato negli ultimi giorni.

Nel dettaglio, secondo lo studio, circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari all’estero sarebbe destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili, per un totale di quasi 800 milioni di euro spesi nel solo 2021 e di ben 2,4 miliardi di euro erogati negli ultimi quattro anni.

Una cifra, quella relativa all’ultimo anno, che ammonta al triplo della Spagna, che ha messo a bilancio 274 milioni di euro, il 26% dei fondi. La Germania ha reso disponibili 161 milioni, il 20% della spesa annuale per le missioni militari.  

Due missioni militari, ovvero l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica, secondo Greenpeace, hanno come primo compito la “sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’Eni ubicate nelle acque internazionali”.

Audito in parlamento, il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha collegato molte missioni militari alla tutela di fonti fossili, tra cui quelle in Iraq. Il crollo di quel travagliato paese “metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica”, sostiene Guerini. Ma una presenza più regolare del nostro esercito è necessaria anche nel Mediterraneo orientale, dato che “la possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche è fortemente condizionata dal contenzioso marittimo in corso”.

Anche le operazioni militari in zone strategiche per le nostre importazioni di petrolio e gas, come il Golfo di Aden e lo Stretto di Hormuz, hanno la finalità di proteggere la “sicurezza energetica” del nostro paese. Nei prossimi mesi, l’Italia dovrebbe aderire anche alla missione Ue nella provincia di Cabo Delgado (Mozambico), dove, secondo il ministro, gli scontri stanno causando “interruzioni dell’attività estrattiva”.

L’Eni, per propria parte, smentisce categoricamente la tesi sostenuta dal rapporto. Tesi che, ha spiegato un portavoce, “considera strumentale e oggettivamente infondata”.

Greenpeace si è rivolta al governo Draghi, chiedendo di interrompere immediatamente la protezione militare delle fonti fossili, il cui impatto devastante sulla crisi climatica è da tempo assodato scientificamente.

Alla luce di quanto emerso negli ultimi mesi, l’associazione ambientalista chiede anche all’esecutivo italiano di rispettare gli impegni presi alla Cop26 e interrompere immediatamente il finanziamento di missioni militari a difesa di chi distrugge il clima e di tutelare la sicurezza energetica di cittadine e cittadini investendo in fonti rinnovabili, non con missioni militari all’estero.

 

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati