Non ci sono scorciatoie per evitare che la vicenda di Giulio Regeni – dottorando all’Università di Cambridge, si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti: è stato rapito e ucciso tra gennaio e febbraio 2016, il corpo con evidenti segni di tortura trovato lungo l’autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria – venga archiviata come un “fatto privato” che, per quanto feroce, non può interferire nelle relazioni tra Italia ed Egitto e negli equilibri geopolitici mediorientali.

Se si vuole che rimanga un “fatto pubblico” e quindi politico, è necessario che una parte sempre più consistente dell’opinione pubblica italiana-europea diventi consapevole di come si è mossa l’Italia e di che cosa è accaduto in Egitto dopo la rivoluzione del 2011.

Nel contesto delle primavere arabe, gli egiziani hanno chiuso il trentennio di Hosni Mubarak e oggi si ritrovano un paese in mano al regime autoritario di Abdel Fattah al-Sisi, che nel luglio del 2013 ha rovesciato con un colpo di stato militare il presidente eletto Mohamed Morsi (espresso dai Fratelli musulmani) e che poi ha vinto per due volte, nel 2014 e nel 2018, le presidenziali, smantellando tutte le istanze della rivoluzione, stroncando ogni dissenso e militarizzando il paese.

E certo non invitano a prendere scorciatoie i curatori di questo libro e i qualificati contributi: gli autori sono tutti ricercatori e/o docenti universitari e riprendono i temi trattati nelle giornate di studio svoltesi il 10 e 11 maggio 2018 alle Università di Messina e di Catania. Minnena è frutto di un lavoro collettivo e della collaborazione tra la Società di studi per il Medio Oriente (Sesamo), la British society for Middle Eastern Studies (Brismes) e l’Associazione di studi africani in Italia (Asai).

Si analizzano la politica estera dell’Italia, il regime di al-Sisi, il ruolo del sindacalismo e del movimento operaio prima e dopo la rivoluzione, la mobilitazione dei contadini (non tutto è accaduto in piazza Tahir), le reazioni della Gran Bretagna all’uccisione di Regeni, il caso dello scrittore Ahmed Nàgi processato per i contenuti letterari di un suo romanzo, le rappresentazioni tragiche nel romanzo egiziano odierno.

Elisabetta Brighi, Senior Lecturer in Relazioni internazionali all’Università di Westminster (Londra) sottolinea come dopo il colpo di stato del 2013 Emma Bonino, ministro degli esteri del governo di Enrico Letta, si fosse espressa per una transizione politica pacifica e inclusiva in cui anche i partiti islamici, come i Fratelli musulmani, avessero un ruolo rilevante.

Ma i successivi governi Renzi, Gentiloni e Conte «hanno dimostrato un sostegno molto alto e incondizionato nei confronti del governo al-Sisi» e che tra il luglio 2013 e il febbraio 2016 ci sono stati quattro fronti di riavvicinamento tra Italia ed Egitto: commerciale, politico-diplomatico, strategico-militare e migratorio. Da rimarcare anche il contributo di Francesco De Lellis che ha concluso il dottorato all’Orientale di Napoli, dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo.

Tocca il tasto del mondo rurale, passato quasi inosservato sui media: «Alla caduta di Mubarak, nelle campagne si è assistito a diffuse mobilitazioni contadine e all’avvio di un processo di sindacalizzazione su vasta scala». Non si è trattato di eventi estemporanei, ma di conflitti che sono esplosi dopo essere maturati per non meno di quindici anni. «Anni di espropri e di leggi in favore dei grandi proprietari (accompagnati spesso da violenze) hanno ampliato le disuguaglianze e inasprito il risentimento dei piccoli contadini egiziani».