Inchiesta “The Migrants Files”
Hanno fatto bene i conti e hanno scoperto che i barconi colati a picco nel Mediterraneo sono molti di più di quelli indicati dalla cifre ufficiali. Per iniziativa di 12 giornalisti europei ora sappiamo che dal 2000 al 2013 sono morte in mare 23mila persone.

In 14 anni (dal 2000 ad oggi) sono morte oltre 23.000 persone nel tentativo di raggiungere l’ Europa. Il 50% in più di quello che appare dalle stime ufficiali esistenti.

Dati che sarebbero più adatti ad un bollettino di guerra, ma che invece emergono dal lavoro di un’equipe di 12 giornalisti di 6 diversi paesi europei che hanno creato il più vasto monitoraggio delle migrazioni attraverso il Mediterraneo mai realizzato, “The Migrants Files“. I risultati descrivono una strage che si consuma quotidianamente nascosta agli occhi dell’opinione pubblica.

Il progetto internazionale è  partito da un’inchiesta iniziata nel 2012 da tre giornalisti italiani Alessio Cimarelli, Andrea Nelson Mauro e Jacopo Ottaviani (rimasti i referenti per il nostro paese e tra i principali membri dell’Equipe).

Attraverso l’utilizzo di metodi di data journalism, sono stati ottenuti questi dati allarmanti. È difficile ottenere cifre esatte – secondo quello che si apprende dal sito del progetto – per via di tutta una serie di difficoltà e delle troppe possibili fonti di errori nella ricerca,  ma quello che conta è l’ordine di grandezza: 23 mila persone in 14 anni. Uomini, donne e bambini, morte nel tentativo di raggiungere il vecchio continente. Una media di 1600 all’anno.

 

Una mappa di sangue

Le dimensioni numeriche di questa tragedia emergono dall’incrocio e unione tra varie fonti internazionali di dati pre-esistenti (principalmente dall’osservatorio Fortress Europe di Gabriele del Grande e da quello della NGO United for Intercultural Action), uno sforzo partito nel 2013 e durato 5 mesi.

Attraverso questo lavoro è stato possibile risalire non solo ad una stima realistica del numero di morti e dispersi, ma anche alla posizione geografica degli eventi luttuosi, nonché allo studio delle rotte migratorie più utilizzate. Tutti questi dati sono stati trasferiti su di una mappa geografica interattiva denominata “La mappa dei migranti morti per raggiungere l’Europa, in grado di dare un’idea ancor più chiara di ciò che avviene sistematicamente da molti anni nel mar Mediterraneo.

 

Le rotte italiane

Selezionando gli eventi luttuosi per ogni rotta e confrontandoli con il corrispondente numero di avvistamenti riportato da Frontex (l’agenzia dell’Unione Europea deputata al controllo e alla gestione dei confini), sono state individuate anche le autostrade migratorie che vengono utilizzate per superare le “mura d’Europa” e ad ognuna di esse è stato assegnato un valore di pericolosità.

Ci sono due rotte che interessano l’Italia: quella centro-mediterranea sulla direttrice Libia – Sicilia e quella che connette la zona mediorientale alla Puglia e alla Calabria. La prima è la più battuta e anche per questo è quella in cui si sono consumate le tragedie più grandi (come quella dell’isola dei Conigli del 3 ottobre 2013 in cui hanno perso la vita più di 360 persone).

Su questa rotta, partendo dai soli eventi censiti dai database italiani di Del Grande per Fortress Europe e del Ministero dell’Interno nel 2013: per ogni 60 sbarcati sulle coste italiane, un migrante risulta morto o disperso. Una mortalità dell’1,67%.

La conferma di come i nostri mari, e in particolare quello attorno a Lampedusa, siano ormai una necropoli sottomarina.

 

L’inchiesta è stata pubblicata lunedì 31 marzo 2014 da L’Espresso e in contemporanea con numerosi altri media europei, tra cui El Confidencial (Spagna), Neue Zürcher Zeitung (Germania), Sydsvenskan (Svezia) e Le Monde Diplomatique (Francia).