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Il punto sulla situazione a Cabo Delgado
Mozambico, la Sadc pensa a una strategia d’uscita dal conflitto
In un quadro di permanente instabilità e di rapporti tesi tra popolazione e militari nel nord del paese, la Comunità economica dell’Africa australe ha valutato la minaccia gruppi armati è meno grave. Si profila un graduale disimpegno della missione Samin
07 Aprile 2022
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 4 minuti
Truppe rwandesi nel nord del Mozambico

Le ultime settimane hanno segnato importanti novità nel conflitto in corso nel nord del Mozambico, in particolare nella provincia di Cabo Delgado, tra gruppi armati di matrice islamista e esercito. Anche se si sta facendo passare l’idea che la veemenza del conflitto sia leggermente diminuita rispetto a qualche mese fa, gli accadimenti sul terreno sono altri.

Certo, non vi sono più scontri campali come quelli che fecero a suo tempo perdere il controllo di intere città, come Mocimboa da Praia, o come quello del marzo dello scorso anno a Palma, con un bilancio di dodici persone decapitate. Tuttavia, i dati della ong Acled, specializzata nell’analisi dei conflitti, dimostrano che ora gli attacchi sono più continui e concentrati sull’asse Nangade-Mueda, il cuore del potere dell’etnia makonde, quella cui appartiene il presidente Filipe Nyusi.

Nel primo trimestre del 2022, nel solo distretto di Nangade, si sono registrati 39 attacchi, mentre nell’ultimo trimestre dello scorso anno erano stati 14. Quasi 40.000 abitanti si sono spostati all’interno di questo distretto, sovraffollando la città di Nangade, mentre altri 5000 si sarebbero rifugiati a Mueda. Lo stesso amministratore del distretto di Nangade, Dinis Mitande, in un’intervista col settimanale mozambicano Savana, ha dichiarato che 30 villaggi su 40 del distretto di Nangade hanno subito attacchi terroristici.

Missione insostenibile

In questo contesto, lascia perplessi la decisione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) di declassare il conflitto da 6 (lo scenario più grave) a 5 (scenario da peacekeeping). La Sadc – che con la missione Samim e con l’appoggio di truppe rwandesi supporta l’esercito mozambicano – è chiaramente in difficoltà. E invece di ammetterlo cambia i parametri del conflitto.

La missione della Sadc, operativa da luglio 2021, incontra infatti difficoltà evidenti sul terreno e inoltre non è in grado di sostenere finanziariamente per lungo tempo uno sforzo del genere. Ed è stata probabilmente questa la ragione che ha portato la ministra degli esteri del Sudafrica, Naledi Pandor, nel corso dell’ultima riunione della Sadc su Cabo Delgado, a insistere sul declassamento del conflitto, pur confermando l’impegno della missione fino al prossimo luglio. Missione che per ora è coperta finanziariamente dall’Unione europea con quasi 2 milioni di euro.

Insomma, quella che si sta delineando è una exit strategy dal conflitto. Anche perché il governo sudafricano è il più esposto. Nelle ultime settimane ha impiegato un mezzo aereo delle proprie forze armate, ha utilizzato la fregata SAS Spioenkop e, in questi giorni, i suoi militari impegnati nella Samim passeranno da 1600 a 1800.

Il tutto mentre report internazionali stanno ormai identificando lo stesso territorio sudafricano come uno dei possibili obiettivi del terrorismo di matrice islamica. La Global Initiative Against Transnational Organised Crime, infatti, ha rilevato che l’intervento di Pretoria nel conflitto sta esponendo il paese a un elevato rischio di attacchi terroristici, e che nel territorio sudafricano sono già presenti unità terroristiche legate al gruppo Stato islamico dell’Africa centrale. Inoltre, secondo l’organizzazione intergovernativa Financial Action Task Force, Pretoria non ha gli strumenti né l’esperienza per combattere fenomeni diffusi e capillari di terrorismo sul proprio territorio.

Due scenari

L’ultimo aspetto riguarda le popolazioni locali che si trovano strette fra l’incudine e il martello, come ha evidenziato un recente report di Amnesty International. La popolazione subisce gli attacchi dei gruppi armati e anche le vessazioni dei militari, soprattutto quelli mozambicani.

In quella che per almeno due anni è stata la zona più critica, Palma, oggi controllata dalle forze del Rwanda, il 27 marzo scorso due giovani pescatori sono stati torturati a morte da membri dell’Unità di intervento Rapido, un reparto speciale della polizia mozambicana, in quanto sospettati di appartenere a gruppi terroristici. Nello stesso giorno un contadino sottoposto a torture da parte di uomini dell’esercito mozambicano è stato messo in salvo dall’intervento delle truppe rwandesi.

Se i rapporti fra popolazioni locali e forze militari e di polizia del Mozambico non sono mai stati idilliaci (e infatti una parte delle comunità di Cabo Delgado ha collaborato con i gruppi armati o li ha coperti), oggi tale situazione si sta rapidamente deteriorando.

Quindi, un ritiro, parziale o totale, delle truppe straniere potrebbe portare a due scenari complementari. Una ripresa in grande stile degli attacchi da parte dei terroristi. E una resa dei conti tra popolazioni locali ed esercito mozambicano: due realtà che non condividono né lingua né cultura né simpatie politiche.

 

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