Malangatana, "Lavoro nel campo", olio su tela, 1989

Oltre alla sua notevole produzione, ormai nota in tutto il mondo, che spazia dalla pittura alla scultura fino alla poesia, Valente Ngwenya Malangatana (1936-2011) il più importante artista mozambicano, ha lasciato anche un’altra, meno nota eredità: una vera e propria scuola di batiques. Il batiques è un panno di cotone trattato e pronto per ospitare disegni, in bianco e nero o a colori, che proprio giovani allievi di Malangatana hanno iniziato, per primi, a produrre e, nei limiti del possibile, a commercializzare.

In realtà, si tratta di opere d’arte non adeguatamente valorizzate, che di solito – come ha spiegato Dino, uno dei maggiori artisti del circuito incontrato presso la Feima – rappresentano scene di vita quotidiana del Mozambico soprattutto rurale, con la presenza, però, anche di disegni più astratti, sullo stile del Picasso mozambicano, appunto Malangatana.

Tutta la produzione artistico-artigianale di Maputo si concentra qui, presso la Feima, un parco pubblico ristrutturato qualche anno fa dalla cooperazione spagnola, situato nella parte più signorile di Maputo, che evoca tuttavia anche brutti ricordi. Nel 2000, quando si chiamava Parco dei Continuatori, appena fuori dal parco venne ucciso il più importante giornalista mozambicano, Carlos Cardoso, a causa delle sue critiche ai programmi di aggiustamento strutturale e alla dilagante corruzione già allora presente nel paese.

Oggi, questa ferita nella memoria collettiva viene in parte rimossa anche grazie alla nuova identità del parco e alla vitalità che essa esprime, che va dai batiques a piccoli quadri fatti a tempera, da scultore lignee a orecchini, ad altri oggetti ornamentali femminili di materiale vario, il tutto fatto e prodotto localmente.

Non c’è lusso, alla Feima: l’impressione che se ne ha, non appena arrivati, è di una lenta ma inesorabile decadenza di un luogo che fino a qualche decina di anni fa era meta di numerosi servizi fotografici relativi ai matrimoni della classe media emergente, subito dopo l’indipendenza. Un amico mozambicano, Jaime Mambo, proprio lì si era sposato nel lontano 1978 con la sua attuale moglie, e raramente vi era tornato.

La sua decisione di accompagnarmi per incontrare Dino, uno dei disegnatori dei batiques, e Alberto, l’abile falegname che costruisce le cornici di legno di sândalo o pau preto dove incastonare le tele fatte dal suo collega,  ha suscitato in lui emozioni e ricordi indelebili, ma anche una certa amarezza di un parco non curato e lasciato a se stesso…

«Ho iniziato alla escolinha di Malangatana, qui a Maputo, insieme a parecchi altri amici e colleghi che al tempo riuscivano soltanto a fare disegni elementari, incollati in un quaderno con degli stecchini. Con Malangatana, abbiamo appreso un altro genere di arte, appunto il batique», ricorda Dino.

Il batique è costruito mediante un panno bianco di cotone crudo, su cui si disegna direttamente la figura che si intende rappresentare. La prima operazione è immergere il panno in una tinta gialla (nel caso in cui tutta la tela venga colorata, ossia senza lasciare nessuna parte in bianco), ottenuta da cera fusa.

Dopo questa prima operazione, ricorda Dino, la tela gialla deve asciugare per un paio di ore, in un luogo non umido e non particolarmente esposto al sole. Per ogni mano di colore diverso dal giallo, l’operazione è la stessa, lasciando il nero come ultimo colore. Per produrre un buon batique occorrono quindi uno o due giorni, e il prodotto, spesso, è eccellente.

Tela ispirata alle linee dell’artista mozambicano Malangatana, che rappresenta una famiglia impegnata in una conversazione difficile. Autore: Miguel

Dino confessa che questa arte gli garantisce l’essenziale per vivere dignitosamente con la propria famiglia, ma lamenta le difficoltà nei rapporti con le istituzioni locali, così come lo stesso falegname Alberto. Col comune di Maputo, proprietario del parco, l’unico rapporto è, di fatto, legato al pagamento mensile della retta per l’occupazione del piccolo spazio all’interno della Feima che, nel caso di Dino e Alberto, ammonta a 400 meticais (circa 45 euro), mentre col ministero della cultura il dialogo è più frequente, ma, talvolta, anche in senso negativo.

In varie circostanze, infatti, funzionari del ministero sono andati alla Feima e hanno comprato i batiques di Dino e di altri artisti, li hanno caricati sull’aereo ed esposti in fiere internazionali, rappresentando loro gli artisti mozambicani che, di questi eventi internazionali dove sono protagonisti, non hanno avuto alcun riscontro né beneficio.

E mai, nessuno di loro, ha avuto il piacere di prendere un aereo e andare a spiegare direttamente, in Europa, in Asia o in Africa, l’importanza di questa arte, ciò che intende rappresentare e quanta tecnica e pazienza occorre per raggiungere livelli così sofisticati di produzione.

Lo stesso Alberto – un falegname professionista che adesso, anche a causa della crisi del turismo dovuta al Covid, si dedica esclusivamente al lavoro di produzione di cornici per i batiques – ha evidenziato come sia difficile il rapporto con le istituzioni locali anche in un altro senso: per i turisti, che sono potenzialmente i maggiori acquirenti delle opere complete (ossia con la cornice e il vetro che si usa anche per i quadri), portarsene via anche soltanto una è praticamente impossibile.

In aeroporto i finanzieri esigono infatti l’autorizzazione all’esportazione del batiques da parte del ministero della cultura che può arrivare dopo settimane o mesi. Nel caso che questa non venga presentata all’imbarco, le tele rimangono a terra, disincentivando tutto il mercato del batique. Per questo, riferisce Alberto, ormai gli acquirenti della tela completa sono quasi esclusivamente mozambicani, dal potere acquisitivo piuttosto limitato.

Lo sforzo che in questo momento tutti gli artisti della Feima stanno compiendo è di creare una associazione per poter negoziare condizioni migliori soprattutto col comune. Tuttavia, il solo registro di una associazione, in Mozambico, costa circa 500 euro, una cifra che va ben al di là delle possibilità di questi piccoli espositori che, quindi, continueranno a trovarsi senza punti di riferimento istituzionali.

Non ci vorrebbe molto per aiutarli nella crescita, essenzialmente in termini di marketing e accesso a mercati, sia regionali che internazionali, che, fra l’altro, è quanto sia Dino che Alberto hanno più volte auspicato. Trattandosi di persone dalla bassa formazione scolastica che usano pochissimo le reti sociali e i mezzi di comunicazione più moderni, l’avere a disposizione una semplice piattaforma online con collegamento ai vari social network, rappresenterebbe un salto di qualità enorme e una sicura virata verso una internazionalizzazione di un prodotto la cui qualità estetica e artistica parla da sola.

Le parole dell’amico Mambo mi risuonano ancora nelle orecchie, alla mostra uscita dalla Feima: «Sembra che noi stessi non vogliamo valorizzare la nostra cultura e il nostro sapere. È triste e sorprendente, allo stesso tempo». Chissà che direbbe Malangatana se fosse ancora vivo, vedendo i suoi figli d’arte così poco apprezzati in una patria in cui l’arte è merce così rara…

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