Tra quattro e dieci le vittime degli scontri ancora in corso a Maputo, capitale del Mozambico. Le proteste innescate dal forte aumento dei prezzi di pane, acqua, elettricità, carburanti. Pesano le forti disuguaglianze sociali e il mancato sviluppo.

Le notizie degli scontri tra manifestanti contro l’aumento dei prezzi e le forze dell’ordine – scontri iniziati ieri e non ancora conclusi nella capitale Maputo – sta destando notevoli preoccupazioni tra gli osservatori delle vicende del paese.

 

Non solo per la violenza dell’accaduto. Secondo fonti governative nei tafferugli, cominciati dopo una convocazione spontanea dei manifestanti via sms, sono morte almeno quattro persone. Fonti indipendenti sostengono che i morti siano almeno sei, tra cui due bambini, e potrebbero essere addirittura dieci. Decine i feriti.

 

Incerte le dinamiche di quanto è accaduto, e in particolare incerte le cause dei decessi: alcuni testimoni raccontano di aver visto la polizia sparare ai manifestanti, mentre il portavoce della Polizia ha dichiarato che la Polizia mozambicana usa solo proiettili di gomma.

 

La capitale si è trovata bloccata e isolata: non sono partiti gli aerei, perché i manifestanti avevano bloccato la strada di accesso all’aeroporto, così come anche la strada che, attraverso Matola, collega il Mozambico al Sudafrica.

 

Gli scontri, che ancora non sono terminati, destano preoccupazione perché sono purtroppo la riedizione delle analoghe accese manifestazioni del marzo del 2008. Anche un anno e mezzo fa, Maputo era stata bloccata da manifestanti che protestavano contro l’aumento dei prezzi del carburante. A 18 mesi di distanza, le ragioni alla base della protesta sono le stesse: il 30 agosto scorso il governo ha annunciato aumenti del prezzo del pane (fino al 30%), uniti all’aumento del prezzo del carburante, dell’elettricità e dell’acqua.

 

Tra le ragioni di fondo, da un lato le deboli relazioni industriali nel paese (non esiste un sindacato indipendente dal partito di governo), dall’altro le aspettative che la massiccia presenza di donatori internazionali hanno nutrito nella popolazione. La presenza di espatriati, le promesse relative all’afflusso di aiuti, unite alle veloci trasformazioni dell’economia, passato da un’economia pianificata di stampo socialista a un’economia di mercato in meno dieci anni, hanno aumentato la disuguaglianza.

 

Non è però solo una questione di dati reali: quello che sembra pesare molto è la percezione della disuguaglianza. Il Mozambico è dai tempi della fine della guerra civile (1992) uno dei paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana (e del mondo). Questa situazione non si è modificata radicalmente, nonostante l’impegno del governo e la presenza di moltissime agenzie di cooperazione internazionale. Le aspettative e la disillusione sembrano giocare un ruolo fondamentale e potenzialmente molto esplosivo in questa crisi mozambicana dall’esito incerto.