Al bando i diamanti dello Zimbabwe
Due dei principali attori del commercio di diamanti hanno deciso di mettere al bando i diamanti provenienti dalle miniere di Marange, nell’est dello Zimbabwe. Da uno dei più importanti distributori, il gruppo Rapaport, le critiche, durissime, nei confronti del Kimberly Process: «una foglia di fico per coprire le violazioni dei diritti umani»

Quel che non fa il Kimberly Process, lo fa una delle più grandi società per il commercio dei diamanti. Il gruppo di Rapaport ha emesso nei giorni scorsi un divieto di commercio su tutti i diamanti provenienti dalle miniere di Marange, nell’est dello Zimbabwe. La compagnia rimprovera al governo di Harare le «gravi e continue violazioni dei diritti umani», operate nell’area.

Secondo le denunce di organizzazioni internazionali per i diritti umani, Human Rights Watch, l’esercito avrebbe ucciso 200 persone a Marange, solo lo scorso anno, costringendo la popolazione locale, donne e bambini inclusi, a lavori forzati, in schiavitù.
Il governo dello Zimbabwe ha negato gli abusi, promettendo, la scorsa settimana, un ritiro totale dei propri soldati dai luoghi di estrazione.

Nonostante le rassicurazioni, il gruppo Rapaport e la sua rete commerciale, Rapnet, ha esortato anche altri importanti produttori di diamanti e organismi di commercio ad adottare misure simili, accusando l’organismo di controllo sulla vendita di diamanti “non insanguinati”, il cosiddetto Kimberley Process, di essere utilizzato come «una foglia di fico per coprire le violazioni dei diritti umani» nel settore.

Il gruppo societario ha però spiegato, in seguito, che il bando riguarda solo i diamanti dell’area di Marange, e non riguarda invece le pietre provenienti dal resto del paese.
Rapnet sostiene la rete commerciale mondiale di diamanti, con un giro commerciale del valore di oltre 4 miliardi di dollari.

All’inizio di questo mese il Kimberly Process aveva respinto le richieste di sospendere i diamanti dello Zimbabwe dal sistema di certificazione, concedendo sei mesi di tempo ad Harare, per regolarizzare la propria posizione. D’altronde, lo stesso meccanismo di voto, attraverso il quale vengono approvate le sanzioni (all’unanimità), rende al quanto difficile l’esclusione di un paese.

Iniziative simili a quella di Rapaport sono state prese anche da altre società. Il più grande produttore mondiale di diamanti, De Beers, ha infatti dichiarato di aver già informato i propri acquirenti del fatto che la De Beers non vende i diamanti della regione.

Le misure, in realtà, risultano essere un duro colpo per il Kimberly Process, accusato da più parti di inefficacia. Un “processo” che tuttavia risulta essere unico nel suo genere. Per la prima volta, nel 2003, anno della sua costituzione, i governi e le aziende del settore hanno deciso di riunirsi intorno ad un unico tavolo per elaborare un sistema di messa al bando dei “diamanti insanguinati”, in un mercato in cui circa il 65% delle pietre risulta essere di dubbia provenienza.