La prefettura meridionale di Basse-Kotto, 300 km a est di Bangui, è una delle più colpite dalla crisi che attanaglia la Repubblica Centrafricana dal 2012. Incontriamo don Arsène Nguinzassenge, sacerdote cantautore della più giovane diocesi del paese: la chiesa di Alindao.

Don Arsène ci racconta il suo percorso musicale dagli inizi e come la musica sia una vera e propria terapia. Che guarisce e aiuta a ripartire.

Ho iniziato a comporre canzoni al tempo della formazione in seminario. Ho sempre cercato di comporre canzoni di qualità per aiutare la gente a pregare. Un tema ricorrente delle mie canzoni è quello della speranza per incoraggiare la gente a porre in Dio la sua speranza.

La musica lascia emergere i sentimenti del cuore, la gioia, la tristezza, l’attesa. La musica è potentissima nel contesto di violenza in cui viviamo, quando i tamburi vibrano la gente comincia a danzare. La musica è anche una terapia che guarisce i traumi subiti durante i massacri. È un forte richiamo per la gente per mettersi in ascolto della parola di Dio.

Con l’inizio della ribellione da parte del gruppo Seleka, nel 2012, abbiamo vissuto dei momenti molto difficili, ci sono stati molti atti di violenza sulla gente, violata la dignità umana. All’inizio della rivolta, assieme alla gente, abbiamo dovuto fuggire nella Repubblica democratica del Congo, dove ho trascorso 5 mesi. Dopo sono rientrato per restare accanto alla gente che soffre, che è martirizzata, per accompagnarla con la forza del Vangelo, la forza della fede, per ridare la speranza.

Il popolo centrafricano ha fede in Dio, ha fede nella chiesa e ha grandi attese rispetto alla nostra testimonianza cristiana. Questo è qualcosa che mi ha sempre impressionato molto. Ed è per questo che noi continuiamo a restare accanto a questo popolo, ad attraversare assieme tutti i momenti più difficili.

In maggio 2017 la popolazione aveva trovato rifugio presso la cattedrale di Alindao, le case incendiate, i campi distrutti, la gente uccisa ovunque. Ricordo che anche nella mia parrocchia di Kembe sono stato obbligato a seppellire 204 persone che erano state freddate davanti a me.

Il 15 novembre 2018 sono state massacrate un centinaio di persone, tra cui due sacerdoti, nel compound della cattedrale. Questa carneficina, pianificata con la complicità internazionale, ci ha scandalizzato, terrorizzato, ma siamo sempre stati a fianco della gente, che soffre. Adesso la gente ha più speranza, continua il cammino verso la pace.

In che modo la chiesa di Alindao ha accompagnato e continua ad accompagnare la popolazione per dare il suo contributo al processo di pace e riconciliazione?

La chiesa di Alindao ha sempre accolto tutta la gente che cercava rifugio. All’inizio c’erano quasi 17mila rifugiati nel compound della cattedrale, adesso ce ne sono 14mila. Per queste persone organizziamo delle sessioni formative, degli incontri di ascolto e condivisione della parola di Dio, celebrazioni eucaristiche. Inoltre la chiesa, attraverso le commissioni Caritas e Giustizia e pace, e altre istituzioni umanitarie, porta soccorso a questi sfollati.

Come sacerdote, qual è il messaggio che trasmette nelle sue canzoni?

Nelle canzoni cerco di far emergere le mie convinzioni legate all’annuncio del Vangelo. Il mio primo album si intitola: Chi è il mio Signore? Ho voluto interpellare gli ascoltatori sulla domanda chi è Gesù per me. Se Gesù è veramente il mio Signore, devo lasciare da parte tutto ciò che è effimero e fare il possibile per conservare una relazione di intimità con lui.

Il secondo album è intitolato Tu sei il cammino, la verità, la vita. Oggi c’è una lotta causata dal relativismo, anche tra i giovani si stanno perdendo i punti di riferimento. Quello che ho voluto dire è che se camminiamo sulla strada tracciata da Gesù arriveremo ad abbracciare la verità che significa vivere la carità e impegnarci a rimettere in piedi le persone.

Oggi siamo in un mondo in cui sembra che combattiamo la vita ed è per questo che sono voluto ritornare su questo annuncio che Gesù è la via, la verità e la vita. Il quinto album è intitolato E unzi kwe, stiamo per morire tutti. “I cristiani soffrono, i musulmani soffrono, Signore vieni in nostro aiuto! Noi ci affidiamo a te, Tu sei la nostra unica speranza!”

Nelle mie canzoni successive ho voluto fare memoria dei sacerdoti uccisi, ricordare le chiese incendiate: “abbiamo l’impressione che Tu non ci parli, gridiamo, ti imploriamo, apparentemente Tu non reagisci, Mo koro ape, tu non tossisci. Se succede qualcosa e tu non tossisci, significa che tu ignori la sofferenza della gente”.

Nel settimo album ho cantato come la mia vita è nelle mani di Dio. La mia vita non dipende dai politici di turno o dai ribelli che massacrano le persone. La mia vita dipende da Dio. Ho vissuto molte cose, soprattutto nel 2017. Tre ribelli hanno puntato le loro armi contro di me, ma mi hanno risparmiato, perché sapevano che l’unica cosa che mi muoveva era difendere la popolazione.

Sono rimasto in vita e continuo a portare la mia testimonianza del Vangelo. Da quando è iniziata la pandemia da coronavirus, sto cantando la speranza. Mi rivolgo a Notre Dame de Ngoukomba, dove c’è il nostro santuario mariano molto frequentato dalla gente. A lei affidiamo la nostra vita, i nostri giovani, la nostra chiesa, le nostre famiglie, il nostro paese. “Tu sei la madre della nostra speranza, tu sei il nostro sostegno”.