“I cristiani nel paese sono pochi e quindi non hanno bisogno di nuovi luoghi di culto, quelli esistenti bastano”. Le parole del Ministro sudanese per gli Affari Religiosi, pronunciate nel fine settimana. Un provvedimento anticostituzionale, ma ormai è da tempo che per Khartoum i cristiani sono la serie b.

Il Ministro degli affari e del patrimonio religioso sudanese, Shalil Abdullah, ha annunciato lo scorso fine settimana che in Sudan non saranno più concessi permessi per costruire nuove chiese.
Recentemente aveva già dichiarato che le chiese esistenti sono più che sufficienti per i cittadini sudanesi di religione cristiana, diventati un’esigua minoranza dopo la secessione del Sud Sudan.
Le dichiarazioni fanno seguito alla distruzione, il 1 luglio scorso, di una chiesa evangelica nell’area residenziale di El Izba, a Khartoum Nord. In febbraio un altro luogo di culto cristiano era stato distrutto a Omdurman. E sono solo gli ultimi episodi di una lista iniziata nel 2011 con l’incendio di una chiesa presbiteriana.
I provvedimenti e le dichiarazioni del ministro vanno contro i dettami della costituzione che garantisce libertà di culto a tutti i cittadini sudanesi, qualsiasi sia la loro religione e qualsiasi sia il loro numero nel paese.
E’ un fatto, però, che dopo il referendum del 2011, nel quale i sud sudanesi (in maggioranza cristiani) hanno votato per l’indipendenza, il governo di Khartoum ha spesso violato i diritti di culto garantiti dalla costituzione e anche i diritti di cittadinanza dei cittadini non musulmani.
In un’intervista rilasciata ieri, 13 luglio, a Radio Vaticana, Eduardo Hiiboro Kussala, vescovo della diocesi di Tombura – Yambio, in Sud Sudan, ha dichiarato che in Sudan «vescovi e preti stanno vivendo di fatto come illegali dal giorno dell’indipendenza del Sud Sudan» e ha aggiunto che alcuni preti sono già stati espulsi dal paese e i vescovi hanno preferito tacere per non avere ulteriori problemi.
Quanto alla libertà di culto, ha sottolineato che i cristiani possono seguire le funzioni religiose indisturbati, ma questo non è un indicatore sufficiente. La condanna per apostasia di Meriam Yahia Ibrahim ne è un chiaro esempio; le autorità hanno lasciato andare fino alle estreme conseguenze un caso nato, con ogni probabilità, come ricatto di qualcuno della sua cerchia famigliare (infatti sarebbe un fratello che l’ha denunciata e ancora si appella perché venga condannata, questo dopo che per vent’anni Meriam aveva vissuto indisturbata da cristiano – copta). Il vescovo sud sudanese ha concluso dicendo che i cristiani sono di fatto considerati cittadini di serie B dal governo di Khartoum.
Le ultime autorevoli dichiarazioni in materia di libertà di religione dei cristiani, di fatto non depongono a favore del dialogo politico lanciato, senza grande successo per la verità, dal presidente Omar Al Bashir in febbraio e rilanciato ancora nei giorni scorsi.