Scandalo internazionale
Denaro pubblico per centinaia di milioni di euro sottratto di James Ibori, già governatore di uno stato nigeriano. Responsabilità anche della cooperazione inglese e della Banca europea degli investimenti.

L’ex governatore del Delta State, James Ibori (foto), è stato condannato ieri a 13 anni di reclusione da un tribunale londinese per riciclaggio di denaro e frode. Lo scorso febbraio, il politico nigeriano si era dichiarato colpevole, ammettendo di aver sottratto centinaia di milioni di euro di denaro pubblico – si ipotizza oltre due miliardi – “ripulendolo” nella City di Londra tramite una serie di compagnie registrate in paradisi fiscali sparsi per tutto il mondo (tra cui Svizzera, Lussemburgo, Mauritius e Panama).

L’ex governatore, in carica fino al 2007, lo scorso anno era stato estradato in Inghilterra da Dubai, dove si era rifugiato una volta compreso che anche le autorità nigeriane non avrebbero coperto, come accaduto in passato, le sue malefatte.

Ma Ibori non è l’unico protagonista di questo gigantesco scandalo internazionale. Come rivelato dalla trasmissione della BBC Newsnight, gravi responsabilità ricadono anche sulla cooperazione di vari paesi occidentali, in primis quella del Regno Unito, e sulla Banca europea per gli investimenti (Bei). Queste istituzioni, infatti, hanno finanziato l’equity fund Emerging Capital Partners (Ecp), che ha investito in ben tre società legate a Ibori. Su questo versante sta ora indagando la Commissione nigeriana sui Crimini Finanziari e l’Ufficio europeo per la lotta contro le frodi (Olaf).

Come se non bastasse, Newsnight ha raccontato l’incredibile storia di Dotun Oloko, il quale nel 2008, raccogliendo del materiale per un documentario, aveva fatto delle illuminanti scoperte sul caso. Oloko, oltre a essere cittadino nigeriano, in quanto in possesso del passaporto britannico aveva deciso di rivolgersi alla Dfid (Department for International Development), l’organismo che gestisce la cooperazione del Regno Unito. Era la fine del 2008, ma per mesi non ha ricevuto alcuna risposta. Peggio ancora, con lui si sono fatti vivi dalla Nigeria dei “personaggi” che erano a conoscenza della denuncia, evidentemente perché il Dfid aveva passato tutto l’incartamento alla Ecp. Un atto gravissimo, visto che in teoria gli si doveva garantire l’anonimato.

Oloko ha poi sottoposto la questione alla Bei, anche in quell’occasione senza ricevere nessun riscontro, almeno finché non ha chiesto aiuto alle realtà della società civile che compongono il network europeo CounterBalance e alla organizzazione non governativa inglese The Cornerhouse. Solo grazie al loro intervento, all’inizio del 2010, è riuscito ad avere finalmente un incontro con rappresentanti della Bei che, insieme alla cooperazione inglese, ha garantito alla Ecp oltre 40 milioni di dollari di soldi dei contribuenti europei.

Tuttavia, in base a quanto ci ha potuto raccontare Oloko quando lo abbiamo intervistato a Londra il mese scorso, il meeting con il rappresentante della Bei è stato a tratti paradossale, poiché quest’ultimo «sembrava il portavoce della Ecp, che difendeva a spada tratta». L’esponente della Bei ha subito chiarito che erano stati svolti degli accertamenti e che non era stato riscontrato nulla di anomalo, addirittura ammettendo che l’Ecp sapeva di Oloko. Non a caso l’equity fund aveva messo sotto contratto una compagnia di investigazioni private, la Control Risk, che ha svolto indagini sul passato di Oloko e aveva pedinato lui e tutta la sua famiglia in Inghilterra, non facendosi scrupoli nemmeno a fotografare i suoi figli mentre stavano a scuola.

Come ci ha ribadito Oloko, gli inglesi, la Bei, ma anche la cooperazione svedese, l’agenzia di credito all’export degli Stati Uniti, tutti quelli coinvolti in questa storia sapevano delle attività della Control Risk, in barba alle convenzioni anti-corruzione internazionali che invece assicurano la protezione e la tutela degli informatori.

Una volta scoppiato il bubbone, il sottosegretario allo Sviluppo Andrew Mitchell ha chiesto scusa a Oloko per conto del governo britannico. Meglio tardi che mai. Si aspettano ora le scuse della Bei e degli altri finanziatori, ma anche compensazioni per il danno ricevuto. Altrimenti nessun altro, dopo questa storiaccia, in futuro si fiderà a denunciare storie di frodi a danno dei contribuenti.

*Campagna per la riforma della Banca mondiale