Nigeria: japa, giovani in fuga - Nigrizia
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Crisi economica, mancanza di sviluppo e di opportunità tra i motori dell’esodo verso paesi ricchi
Nigeria: japa, giovani in fuga
Secondo un recente rapporto, quasi il 70% dei nigeriani lascerebbe il proprio paese se ne avesse l’opportunità. Un dato, in forte aumento negli ultimi anni, che riguarda in particolare giovani e professionisti. Sono i “japa”, un vero e proprio movimento che sta aumentando, di pari passo con la disillusione per il futuro
20 Marzo 2023
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 5 minuti

Più del 60% della popolazione della Nigeria ha meno di 25 anni e parliamo del paese più popoloso dell’Africa subsahariana, oltre 214 milioni di abitanti. Un vero e proprio tesoro, i giovani, un bacino enorme di potenzialità per il miglioramento e la crescita del Paese. Eppure, per tutti questi giovani quello che manca sono proprio le opportunità.

La disoccupazione ha livelli altissimi, il 33% (e per quest’anno si prevede che salirà addirittura al 37%) e quella giovanile è arrivata al 42,5%. Anche chi ha un lavoro stabile non riesce a far quadrare i conti a causa dell’inflazione che di fatto sta riducendo il valore degli stipendi. E sale quindi anche il livello di povertà, 45%.

La speranza di un futuro diverso, di una nuova Nigeria, era stata risposta alle ultime elezioni nel candidato Peter Obi. Ma al potere c’è ancora la vecchia guardia e – dato sconcertante – l’affluenza alle urne è stata la più bassa mai registrata, il 27,05%.

Come pensare, allora, che si possa avere fiducia in un paese dove le Università rimangono chiuse per mesi, dove gli ospedali non assicurano l’assistenza ai cittadini, e dove l’èlite politica non riesce (o non ha intenzione) di pensare ai giovani come risorsa? Non stupisce quindi – come risulta da un report dell’African Polling Institute – che il 69% dei nigeriani lascerebbe il proprio paese se ne avesse l’opportunità. Un dato che è aumentato del 30% rispetto al 2021.

Sono i japa, in lingua yoruba significa “correre”, “partire”, un vero e proprio movimento che sta aumentando sempre di più, di pari passo con la disillusione che accompagna la vita di molti giovani nigeriani. Scelgono di partire, lo programmano per mesi, anni. Spesso senza raccontarlo né a parenti né ad amici fino a quando non è tutto pronto.

Qualcuno lo definisce esodo di massa. Chi comincia a pensarci – alla partenza – la vede come unica opportunità, chi l’ha fatto racconta poi la sua storia. Sui social ci sono scambi di opinioni sulla questione, consigli, aiuti anche. Ma anche podcast e dibattiti televisivi dove si mettono a confronto pro e contro e si ascoltano le esperienze di chi ce l’ha fatta a partire. Oppure si affronta il tema dall’angolazione del fallimento, del fatto che non sempre “l’erba del vicino è più verde”.

Molti di quelli che si mettono in viaggio, o vorrebbero farlo, sono dei professionisti: medici specializzati (o che vogliono continuare gli studi all’estero), ma anche infermieri, tecnici, insegnanti, giornalisti. Figure importanti e che certo sono necessarie nel Paese, ma si tratta anche di individui che sono costretti a lavorare in condizioni e con salari inadeguati. Particolarmente importante è la fuga dei cervelli del settore sanitario.

Si calcola che solo tra il dicembre 2021 e maggio 2022, 727 medici nigeriani si siano trasferiti nel Regno Unito, 5.600 negli ultimi otto anni. E poi altre principali destinazioni sono Canada, Stati Uniti, Australia. Ma anche alcuni paesi europei. Il numero di visti per lavoro rilasciati ai nigeriani nel Regno Unito è aumentato del 399% rispetto al 2019 (e sono dati ancora fermi al settembre 2022). Inoltre, la Nigeria è stata la quinta fonte di immigrati in Canada nel 2021.

E come biasimare chi cerca un futuro professionale migliore – per esempio tra i medici – se gli stessi leader preferiscono andare a curarsi all’estero anziché affidarsi ai professionisti locali e anziché migliorare le condizioni degli ospedali?

Ma questo è solo un esempio dei motivi per cui – contrariamente a quanto si pensi – sono forse più i nigeriani con titoli di studio e specializzazioni a voler partire che gli altri, per i quali, tra l’altro, mettere insieme i soldi di viaggio e trasferimenti diventa un’impresa titanica.

Senza parlare della difficoltà di accedere a canali di viaggio ufficiali, cosa un po’ più semplice per dei professionisti che sono magari già in contatto con aziende, cliniche, università, centri di ricerca pronti ad accoglierli e dove c’è appunto necessità di personale specializzato.

In Nigeria il tasso di crescita demografica è pari al 2,4%. La stessa crescita però non sembra interessare anche i servizi. Circa 92 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità, per non parlare delle grandi contraddizioni che la affliggono come la carenza di carburante, in un paese che è tra i maggiori produttori al mondo di petrolio, o come una crescita costante della classe medio-alta che oggi costituisce oltre il 23% della popolazione, contro oltre 83 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.

E poi c’è l’insicurezza, un dramma persistente in aree del paese praticamente in mano ai gruppi jihadisti di Boko Haram e Stato islamico. Quanto e in che modo il nuovo presidente Bola Tinubu – che entrerà in carica il prossimo 29 maggio – affronterà tali questioni, una più impellente dell’altra? C’è davvero l’intenzione di fare in modo che la tendenza al japa, alla fuga si attenui?

Intanto, su Tik Tok, Instagram, Facebook chi ce l’ha fatta trasmette la sua nuova vita in diretta, una sorta di calamita, di richiamo per quei tanti giovani, uomini e donne, che vorrebbero fare lo stesso. Che vorrebbero lasciare un paese che mostra di non credere e di non aver fiducia in loro. Anche un viaggio senza prospettive reali può sembrare meglio di passare la vita ad attendere un cambiamento.

Gli ultimi anni non hanno registrato grandi indicatori che diano alle giovani generazioni certezza – o almeno speranza – che nel breve termine le prospettive miglioreranno. E allora japa diventa il mantra, il sogno, qualcosa su cui investire una programmazione, il proprio riscatto. Anche se, alla fine, le vie legali rimangono riservate a pochi. E il japa si trasforma in una sorta di sfida, dove il rischio conta meno del fatto di provarci almeno.

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