Sudan / Darfur
La regione del Darfur è tutt’altro che pacificata, come cerca di far credere il governo sudanese mettendo a tacere i possibili testimoni. Anzi nell'ultimo mese nella zona del Jebel Marra si sono intensificati i bambardamenti e le azioni delle forze governative. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le loro case e fuggire nei campi profughi.

Dalla metà di gennaio nel Darfur centrale è in atto un’offensiva dell’esercito e delle milizie associate al governo di Khartoum contro le roccaforti del movimento di opposizione armata guidato da Abdel Waid Alnoor, Slm-Aw, precisamente nella zona del Jebel Marra. Nella località ci sono stati, e continuano ad esserci, pesanti bombardamenti aerei e terrestri che di fatto prendono di mira la popolazione civile.

Secondo un comunicato della missione di pace dell’Onu, Unamid, 8.403 persone, la maggior parte donne e bambini, hanno cercato rifugio presso la loro base di Sortoni, nel Nord Darfur. Secondo informazioni diffuse da Ocha, l’agenzia delle Nazioni Unite per il coordinamento delle operazioni di soccorso umanitario, 2.385 sono sfollate nella zona di Tawila. Da parte sua, l’amministratore di questa località ha infatti chiesto aiuto per 800 persone arrivate negli ultimi giorni nel campo profughi “Rwanda”, che si trova sotto la sua giurisdizione. Altre fonti parlano di 520 famiglie recentemente arrivate nello stesso campo. Molti di questi nuovi sfollati, che si aggiungono agli oltre due milioni che hanno cominciato ad affluire nei campi profughi dall’inizio della crisi (nel 2003) raccontano di essere stati derubati dei pochi averi che erano riusciti a portare con sé da gruppi di miliziani che presidiano le vie di fuga dalla zona dei combattimenti.
Altri sfollati si sono invece diretti verso il Darfur Occidentale.
Nel suo comunicato, l’Unamid dice inoltre di essere alla ricerca di un modo per verificare le informazioni relative a migliaia di persone intrappolate nella zona dei combattimenti, senza alcuna possibilità di essere raggiunte dagli aiuti umanitari. Pare infatti che la maggior parte della popolazione abbia cercato rifugio in luoghi impervi, in cima alla montagna (Jebel è il termine arabo per monte), avendo trovato le vie di fuga chiuse dai combattimenti. Gli sfollati provengono da almeno 140 villaggi completamente spazzati via dall’offensiva. Ma le notizie precedenti sono certamente incomplete, in quanto in questi giorni le cifre, provenienti da fonti locali e per ora solo parzialmente verificate da agenzie indipendenti come Ocha, si accavallano in un crescendo di orrore. 

Sul piano militare, le notizie sono estremamente contraddittorie. Mentre l’Slm-Aw dice di aver ucciso più di 200 soldati in una sola azione, un portavoce delle Rapid Support Forces (Rsf) le milizie al comando del servizio nazionale per la sicurezza (Niss) che combattono al fianco dell’esercito, afferma che sono state conquistate diverse importanti basi ribelli. Testimoni locali sostengono che in un solo giorno sarebbero arrivati a Kabkabiya, nelle vicinanze della zona interessata dall’offensiva, 70 miliziani delle Rsf feriti che sarebbero stati trasferiti con due elicotteri all’ospedale di El Fasher, capitale del Nord Darfur.
Tutto questo avviene intanto che a Khartoum continuano i lavori attorno al tavolo del dialogo nazionale e durante il mese di cessate il fuoco nelle aree di conflitto nel paese (oltre al Darfur, i Monti Nuba nel Sud Kordofan e il Blue Nile) proclamato con grande rilievo dal presidente Omar al Bashir il 31 dicembre, in occasione della ricorrenza dell’indipendenza del paese che cade il 1 gennaio.

Ong intimidite e messe a tacere
Purtroppo alle notizie di questa crisi, se ne aggiungono altre ugualmente preoccupanti. La settimana scorsa Tearfund, una Ong internazionale di ispirazione cristiana che lavorava in Darfur dal 2004, è stata accusata di interferire negli affari interni ed espulsa dal paese. Continua, insomma, la deriva iniziata con la messa in stato di accusa del presidente e di alcuni alti funzionari governativi da parte della Corte penale internazionale per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità. Nello stesso momento in cui la Cpi diramava il comunicato, il 4 marzo del 2009, il governo sudanese espelleva 13 Ong internazionali e chiudeva 3 Ong nazionali. L’Accusa era appunto di interferire negli affari interni e anche di spionaggio e tradimento per le Ong nazionali. È chiaro che questo genere di provvedimenti mira a toglier di mezzo potenziali scomodi testimoni di quanto succede nella regione e a intimidire tutti gli altri.

L’impossibilità di verificare in modo indipendente le notizie provenienti dalla zona ha molto contribuito a far scendere una cortina di silenzio sul conflitto in Darfur e ha dato la possibilità al governo di affermare, in numerose circostanze, che ormai la regione è pacificata, con due significative conseguenze. La prima è che i fondi per sostenere le operazioni umanitarie sono notevolmente diminuiti. Nei giorni scorsi due Ong internazionali, tra cui l’italiana Intersos, hanno comunicato che sono state costrette a chiudere per mancanza di fondi le operazioni nel Darfur Occidentale, altra zona in forte crisi in questo periodo per conflitti intertribali. E questo ha conseguenze facilmente immaginabili per la popolazione.
Ma per di più apre la strada all’intervento di Ong supportate dal governo stesso, la “sudanizzazione” delle operazioni umanitarie, teorizzata dalle autorità di Khartoum i in concomitanza con le accuse della Corte penale internazionale e ormai largamente applicata, con l’obiettivo di controllare il territorio più che di portare aiuto in modo indipendente alla popolazione martoriata da crisi scatenate dal governo stesso.

Chiusura Unamid?
La seconda conseguenza però potrebbe essere ancor più grave. Da mesi, infatti, Khartoum chiede di negoziare la chiusura della missione di pace Unamid, affermando che non è più necessaria, dal momento che il conflitto in Darfur è finito. E sembra che alcuni passi avanti in questa direzione si stiano effettivamente facendo.
Certamente il governo sudanese in questi ultimi mesi sta uscendo dall’isolamento internazionale. Ha infatti chiuso, dopo molti anni e a seguito di duri scontri nella leadership, l’alleanza privilegiata con l’Iran per aderire alla cordata di paesi arabi che affiancano l’Arabia Saudita nella guerra in Yemen ed è diventato il paese di riferimento per il controllo dei flussi migratori provenienti dal Corno d’Africa, con il programma di Khartoum. La contropartita potrebbe essere la mano libera per normalizzare la situazione interna. La chiusura della missione di pace in una situazione di aperto conflitto ne sarebbe un chiaro segno.

Nella foto in alto membri delle Rapid Support Forces (Rsf) nell’est della zona di Jebel Marra. (Fonte: Radio Dabanga)

Sopra persone in fuga dai loro villaggi nel nord del Jebel Marra diretti verso il campo profughi  “Rwanda” nella località di Tawila, North Darfur. (Fonte: Radio Dabanga)