Mario Figoni
L’Harmattan Italia, 2019, € 26,00

Raramente le memorie sono memorabili. Tranne che a tramandarle sia qualcuno che ha doti di scrittura notevoli e un bagaglio di esperienze cruciali per la sua epoca. Si pensi al romanzo dello scrittore nigeriano Wole Soyinka, L’uomo è morto, che riesce a trasfigurare gli anni di carcere (1967-1969) che ha dovuto subire per essersi opposto alla guerra civile nel suo paese, partendo dalla sua condizione di detenuto in cella di isolamento.

Oppure a mettere in pagina il proprio vissuto dev’essere un protagonista di primo piano di vicende politiche, economiche, missionarie, di cooperazione; e di solito si affida a un autore professionista, cioè a uno che di mestiere “sistema” le parole.

Il nostro autore è un medico, specializzato in malattie infettive, che ha lavorato in progetti di carattere sanitario soprattutto negli anni ’80 e ’90 in Guinea-Bissau, Capo Verde, Mali, Etiopia, Mozambico, Ghana, Afghanistan.

E ha scelto, legittimamente, di raccontare la sua esperienza. Il punto è che non ha dato al suo scritto un taglio preciso. Poteva esser un diario di viaggio, una critica alla cooperazione allo sviluppo, un’analisi dei sistemi sanitari dei paesi in cui ha vissuto…

Invece ha giustapposto vicende famigliari, fatterelli e scarne contestualizzazioni storiche, elenchi di progetti e continue (e spesso gratuite) digressioni che disorientano il lettore. E l’Africa rimane sullo sfondo. Ci si chiede perché l’editore non gli abbia affiancato una figura che potesse indirizzarne la penna.