AFRORADICI DI DIO – GENNAIO 2020
Agbonkhianmeghe E. Orobator

Precisamente 25 anni fa, papa san Giovanni Paolo II promulgava l’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa (1995). L’esortazione presentava i contenuti del primo sinodo africano, celebrato in Vaticano l’anno precedente, sul tema «La Chiesa in Africa e la sua missione evangelizzatrice verso l’anno 2000: “Sarete miei testimoni”’ (Atti 1,8)».

In retrospettiva, una delle eredità che ci ha lasciato Ecclesia in Africa è il modello di Chiesa come famiglia di Dio. Quel sinodo ha proposto un modo di essere Chiesa basato sulla realtà sociologica della famiglia in Africa. Un modello di Chiesa certamente ancora rilevante.

In base alla mia esperienza, la dimensione più pertinente della Chiesa come famiglia è la sua qualità di comunione. Nello spazio definito dalla famiglia o dalla comunità, la voce di ogni persona è ascoltata e tutti si sentono a casa. Nessuno è escluso. L’autorità ha il compito di moderare la comunicazione e di essere a servizio della famiglia o della comunità.

Il modo di esercitare l’autorità emerge fortemente nel contesto di un’altra realtà unicamente africana, chiamata palabre, che crea uno spazio aperto per discutere le questioni essenziali riguardanti la comunità, facilitando una comunicazione costruttiva e aperta.

A mio avviso, esiste una forte correlazione tra queste dimensioni della Chiesa come famiglia di Dio e l’idea di sinodalità di papa Francesco, che privilegia l’ascolto e il camminare insieme come membri della stessa famiglia.

Nel contesto africano, presiedere con autorità una famiglia o una comunità richiede l’esercizio di un ascolto intenzionale. Il leader non deve monopolizzare la parola; piuttosto, lui o lei si sforza di creare quello spazio che permette a ogni membro della famiglia di esprimere liberamente il suo pensiero, che può essere diverso, in contrasto o in conflitto con quello degli altri. Nessun membro della famiglia è escluso a causa della sua opinione o posizione espressa.

Un esempio lampante del valore dell’ascolto viene dall’etnia manja della Repubblica Centrafricana e dall’etnia bambara del Mali, in Africa occidentale, per i quali il totem del leader è il coniglio che si caratterizza per le sue grandi orecchie. Questa vivida immagine mette in luce l’importanza fondamentale dell’ascolto sia in famiglia che nella comunità.

Vista da vicino, l’arte di ascoltare con grandi orecchie, arte costitutiva della famiglia di Dio, è in linea con tre principi chiave che papa Francesco ha proposto alla Chiesa, vale a dire: sinodalità, sussidiarietà e collegialità. Usando le sue stesse parole, «abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire», e che richiede «un’apertura del cuore» tale da includere anche coloro con cui non siamo assolutamente d’accordo. (Evangelii gaudium, 171).

L’ascolto è uno strumento formativo per creare la comunità chiamata Chiesa, dove tutti sono accolti e amati come membri della famiglia di Dio.

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