Il presidente congolese Félix Tshisekedi e quello ugandese Yoweri Museveni (The Kampala Post)

Lo scorso 30 novembre, l’esercito dell’Uganda ha lanciato un’operazione militare congiunta nella regione orientale della confinante Repubblica democratica del Congo (Rd Congo), per dare la caccia ai membri delle Forze democratiche alleate (Adf), un gruppo armato sorto nel 1995 in opposizione al presidente ugandese Yoweri Museveni, che continua ad operare lungo il confine di entrambi i paesi.

Le autorità ugandesi hanno accusato le Adf di aver messo a segno tra ottobre e novembre una serie di attentati suicidi nella capitale Kampala. Tutti gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo del gruppo Stato islamico in Africa centrale (Islamic State Central Africa Province – Iscap) che secondo gli analisti corrisponderebbe a una fazione interna delle Adf, maggioritaria a livello numerico che ha assunto il nome di Madinat Tawhid wal-Muwahiddin (Città del monoteismo e degli Almohadi).

Le autorità congolesi hanno successivamente confermato che sono in corso operazioni congiunte con le forze speciali ugandesi, consistenti in una prima fase di attacchi aerei e di artiglieria contro le basi del gruppo islamista nell’area. Dopo la fase iniziale, i militari ugandesi hanno fatto ingresso con 32 mezzi blindati in territorio congolese attraversando il valico di frontiera di Nobili nella provincia del Nord Kivu.

I due eserciti da molti anni condividono le informazioni di intelligence attraverso un Centro di coordinamento congiunto, istituito nel 2011 a Beni. Ancora prima, i comandi si sono scambiati informazioni nei raid contro l’Esercito di resistenza del Signore (Lra, gruppo ribelle ugandese) a Dungu. Ma l’unica operazione militare ugandese nota nell’area transfrontaliera risale al 2017, quando vennero bombardati i campi delle Adf.

Si cerca la spallata

Il progetto di ricerca indipendente Congo Research Group (Crg, con sede a New York) ha cercato di approfondire con un report, le dinamiche e le motivazioni che hanno spinto l’Uganda e la Rd Congo a unirsi nel contrasto alle Adf. Dall’analisi emerge che nell’operazione congiunta sarebbero stati coinvolti tra i 1.500 e i 5.000 soldati ugandesi, anche se i video pubblicati su Internet e condivisi sui social media finora hanno mostrato numeri inferiori.

Il Crg ha valutato che la tempistica dell’evento è probabilmente legata ai recenti attentati di Kampala, che le autorità locali hanno attribuito alle Adf, ritenute anche responsabili di una lunga serie di massacri intorno alla città congolese di Beni iniziati nel 2014. Da allora la violenza non si è mai fermata e dall’aprile 2017, quando il Kivu Security Tracker (Kst) ha iniziato a documentare gli attacchi, il gruppo ribelle ugandese ha ucciso almeno 2mila civili. Mentre i governi degli Stati Uniti, dell’Uganda e della Rd Congo sono concordi nel ritenere che le Adf sono collegate a reti terroristiche, attive anche in Mozambico, e rappresentano una seria minaccia per la stabilità regionale.

Il Crg si è interrogato sulla sostenibilità di una soluzione militare, evidenziando che probabilmente doveva essere adottata per tentare di neutralizzare le Adf, ricordando che le ribellioni nella regione si sono spesso concluse adottando anche questa opzione: è avvenuto per l’insurrezione dell’M23 (2012-2013) e la rivolta della milizia di Kamuina Nsapu (2016-2017).

Ma il successo delle operazioni militari dipende anche dall’analisi delle motivazioni, che sono dietro allo scoppio delle violenze. E secondo il progetto di ricerca newyorchese gli attacchi sono alimentati dal radicalismo islamico teorizzato dal gruppo Stato islamico (Is) e dall’intenzione di dare una risposta alla pressione militare esercitata dalle Forze armate della Rd Congo (Fardc) cominciata nel 2014, quando l’Is non aveva legami al di fuori del Medioriente. 

La disamina si interroga poi sulla natura effettiva dei legami tra le Adf e l’Is concludendo che non è chiara, pur considerando che il gruppo ribelle ugandese affonda profonde radici nell’islam radicale.

Identità fluida

Uno studio della George Washington University e della Bridgeway Foundation ha evidenziato un’ampia comunicazione, supporto finanziario e affinità ideologiche tra i due gruppi. Mentre lo scorso 10 marzo, il governo degli Stati Uniti ha designato le Adf come gruppo terroristico per i suoi legami con l’Is.

Tuttavia, mentre sembrano esserci stati legami finanziari, il controllo operativo dell’Is sulle Adf è ancora in discussione. Come prova un rapporto delle Nazioni Unite del luglio 2021, che afferma che non ci sono prove tangibili di un sostegno diretto delle Adf da parte dell’Isis. L’unica evidenza certa, aggiungiamo noi, è che fin dalla nascita il gruppo ribelle ha scelto di avere un’identità fluida, giustificando la guerriglia armata con motivazioni politiche, religiose, etniche o secessioniste.

Infine, i ricercatori del Cgr si interrogano sui possibili rischi e le alternative all’offensiva militare, partendo dal fatto che potrebbe aggravare le tensioni regionali con il Rwanda che da tempo guarda con sospetto il suo vicino settentrionale. Inoltre, un’offensiva militare potrebbe diventare una responsabilità politica per il presidente congolese Félix Tshisekedi, anche se questo dipenderà ovviamente dall’esito finale. 

Tuttavia, qualsiasi strategia di contro-insurrezione di successo dovrà essere abbinata ad altri approcci, tra cui un piano di smobilitazione, la ricostruzione delle infrastrutture, aiuti economici agli agricoltori e alle piccole imprese.

In realtà quest’approccio già esisteva nel piano di stabilizzazione per il Nord Kivu sottoscritto nel febbraio 2015, ma lanciato con il nome di Ensemble pour Beni solo nel febbraio 2019. Un piano risultato poco incisivo a causa dell’epidemia di ebola durata fino a giugno 2020, delle violenze e della mancanza di fondi. L’ultima opzione prevista nel report sono le iniziative di de-radicalizzazione, lanciate in Uganda e in altri paesi dell’Africa orientale, che fino a oggi però non hanno avuto molto successo.

 

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