Algeria 2009 / Lettera aperta ad Abdelaziz Bouteflika
Un paese ancora in mezzo al guado. E un leader che può dare un segnale forte ai cittadini, alle istituzioni repubblicane, all’Africa. Evitando di ricandidarsi per la terza volta.

Monsieur le Président,
sono trascorsi nove anni da quando, nel numero di giugno 1999, all’indomani della sua prima elezione, questo giornale le indirizzò una lettera aperta, salutando in lei l’uomo dei tempi difficili e delle decisioni gravi. Ma indicandola anche come la personalità che avrebbe potuto chiudere con il terrorismo e le derive istituzionali da esso innescate, avviando l’Algeria verso una fase nuova, di pacificazione, certamente, ma anche di prosperità condivisa.

Nel tempo che è trascorso da allora, alcune cose importanti sono cambiate. L’emergenza securitaria è finita. La violenza purtroppo persiste e gli attentati non sono cessati. Le vittime, tra morti e feriti, superano il migliaio, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International. Ma, se è vero che il terrorismo ha ancora la forza di mordere a sangue fin nelle carni vive della capitale, la sua disfatta politica s’inscrive tra le voci attive del bilancio presidenziale. Rimane il problema di dare maggiore incisività a una strategia per la sicurezza nazionale, che sembra ancora legata a schemi puramente repressivi e, quindi, non troppo rispettosi dei diritti umani. Sotto questo profilo, il processo per la pace e la riconciliazione nazionale, inaugurato con il referendum popolare del 2005, non ha raggiunto gli effetti sperati. La ferita dei desaparecidos inferta dai dispositivi dell’antiterrorismo resta dolorosamente aperta.

Lei consentirà a questo punto di esprimere, Signor Presidente, un motivo di allarmato stupore. In un quadro che sente l’urgenza di un’azione politica tanto forte quanto trasparente, bisognosa del sostegno partecipato della società civile, la libertà di stampa resta un miraggio. È continuo lo stillicidio di condizionamenti, intimidazioni, procedimenti giudiziari contro giornali e giornalisti che fanno esercizio di libera critica nei confronti di potentati di varia natura, sia laici che religiosi.

Sul terreno delle riforme economiche e sociali, così attese dal popolo algerino al quale lei ha chiesto per due volte di accordarle fiducia, si può ben dire che il percorso è stato avviato. E però, per molte questioni importanti, il paese sembra essere ancora nel mezzo del guado. Negli ultimi anni, le cose non sono andate male, grazie al boom petrolifero, ma anche alle politiche economiche prudenti da lei ispirate. Il reddito nazionale è cresciuto, sfiorando anche il 7% in termini reali. L’inflazione è sotto controllo, il debito estero è modesto, la bilancia commerciale è attiva, le riserve valutarie imponenti. Ma l’economia resta largamente dipendente dal petrolio, sia in termini di prodotto interno lordo (47%) che in termini di esportazioni (97%).

Fragilità di fondo

La lotta alla disoccupazione, una delle bandiere dell’azione di governo, ha trovato un sicuro sostegno nella spesa pubblica destinata a investimenti e i risultati si vedono: i disoccupati sono diminuiti nel corso del suo ultimo mandato, passando dal 25% a circa il 12%. La quantità di giovani senza lavoro resta però elevatissima, drammaticamente vicina al 30%. Sicché, una nuova questione sociale è esplosa in Algeria : quella degli harragas. Sono i figli che fuggono dalla loro terra. Hanno spesso un diploma universitario, ma, a loro rischio e pericolo e pagando fior di dinari, s’imbarcano a fiotti da Annaba e da Orano per difficili traversate verso la Spagna e l’Italia. Vogliono poter costruire, da immigrati clandestini, il loro avvenire fuori dal paese che amano e da cui si sentono abbandonati.

Se poi guardiamo alle prospettive, l’Algeria appare come un paese fortunato, poiché fa parte di quel gruppo che il prossimo anno, con Cina e India in testa, dovrebbe assicurare la marcia dell’economia mondiale, a fronte del declino delle tradizionali locomotive d’America e d’Europa. Il suo tasso di crescita dovrebbe superare il 3% : meno degli altri paesi maghrebini, ma pur sempre un miraggio per le esangui economie del nord Mediterraneo, dove le previsioni di crescita orbitano attorno allo zero. Eppure, la salute della finanza algerina, se protegge il paese da contraccolpi più rudi della crisi finanziaria mondiale, non può compensare le fragilità strutturali della sua economia reale: bassa produttività degli investimenti, bassa diversificazione delle produzioni. Il rigore della macroeconomia contabile e la rendita degli idrocarburi non riescono a tradursi in un reale beneficio sociale.

Come alla fine del secolo scorso, come all’epoca della prima lettera aperta di Nigrizia, gli osservatori hanno di fronte un “paese ricco di poveri”. Le concentrazioni della ricchezza sono intollerabili: sia sul piano sociale, con una casta che conserva i suoi privilegi, sia sul piano territoriale, con uno squilibrio tra città e zone rurali. Il benessere, insomma, non si è propagato in modo significativo nelle classi meno favorite, nelle periferie urbane, nelle campagne, attraverso una distribuzione capillare e un miglioramento qualitativo dei servizi. Sempre dolente la questione delle abitazioni. Le politiche sociali per dare agli algerini un alloggio decente e permettere ai giovani di sposarsi e andare a vivere nella loro casa, specialmente nei grandi centri, arrancano riguardo ai programmi di costruzione come a quelli di manutenzione ordinaria degli immobili, soggetti a rapido degrado. Le stesse procedure di assegnazione sono poco trasparenti e, insomma, in questo suo grande paese la gente continua a essere convinta che per avere una casa non basta seguire le regole, ma bisogna conoscere la persona giusta.

Rischio cesarismo

Nove anni sono dunque trascorsi, quasi due mandati nella sua carica, quelli previsti dalla costituzione. Giunge però notizia, dopo tanti rumori e voci protrattisi da due o tre anni a questa parte, che una modifica costituzionale da lei promossa e plebiscitata per alzata di mano dal parlamento il 12 novembre scorso, abolirà il limite di mandati per la prima magistratura dello stato. Ciò spiana la strada al presidente in carica, o a chi dovesse succedergli, per una presidenza a vita.

Ebbene, mi lasci dire, Signor Presidente, che coloro i quali, pur non condividendo sempre e per intero le sue scelte politiche, tuttavia hanno stima della sua intelligenza repubblicana, si sentono oggi sconcertati. Capiscono che, trovandosi il paese ancora nel mezzo del guado, può essere legittimo aspirare a veder compiuta la propria opera. Ma ritengono che per definizione la res publica non appartiene a nessuno in particolare e a tutti in generale, e che il bene supremo di una democrazia consiste nel tenere sempre ben distinte le istituzioni dalle persone che temporaneamente le incarnano. Perciò fanno fatica a credere che proprio lei, il primo baluardo di quella costituzione sulla quale ha giurato, sconvolga gli equilibri da essa prefigurati e si appresti a interpretare la versione algerina di un cesarismo che ipotecherà pesantemente il futuro politico del suo paese. Diciamolo, Signor Presidente, alla luce di quanto è successo negli ultimi diciassette anni: gli errori politici costano cari all’Algeria. Tanto più che la prossima generazione si troverà a fronteggiare ogni possibile deriva bonapartista, senza potersi valere né della sua esperienza né della sua saggezza.

Lei ha vissuto una lunghissima vita politica, assai più lunga del giovane presidente americano che, dopo i due mandati costituzionali, ha lasciato l’immensa responsabilità della guida del suo paese al giovane Barack Obama, che non è affatto il suo delfino ma un tenace avversario politico. Sia dunque giovane anche lei! Rinunci a proseguire lungo la strada della modifica costituzionale, facilmente interpretabile come un espediente per esercitare ancora qualche anno di potere. Che ne sarebbe della sua immagine pubblica, se dovesse andare alle elezioni senza incrociare, come è probabile, nessun avversario credibile?

Consideri, inoltre, che gli elettori sono stanchi e sfiduciati nei confronti di una classe politica che sembra lontana dal popolo, dai suoi bisogni, dalle sue sensibilità: il “serraglio”, si sente dire sovente, nutre solo sé stesso.

Legalità repubblicana

Lei sa bene che alle ultime elezioni legislative del maggio 2007 solo 1/3 degli aventi diritto è andato a votare. La stessa Alleanza presidenziale (Fnl, Rnc, Mps) è preoccupata per una possibile valanga di astensioni. E allora, quale sarebbe mai l’immagine internazionale dell’Algeria guidata da un presidente che non rappresenta il suo popolo, perché eletto dalla maggioranza di un’esigua minoranza di votanti?

Uomo delle decisioni gravi ma anche sorprendenti, lei ha in mano in questo momento il suo destino storico, tanto più che non ha ancora fatto cenno a una sua possibile ricandidatura. Può scegliere, così, di mimetizzarsi nel grigio paesaggio politico dell’Africa mediterranea, dove tutti i leader esercitano, per un motivo o per l’altro, il potere a vita. Ma potrebbe scegliere, anche, di sedersi a fianco dei padri fondatori della nuova Africa, come Léopold Sédar Senghor, come Nelson Mandela. E allontanarsi volontariamente dal potere, nel rispetto di una legalità repubblicana che nessuno, dopo il suo alto esempio, oserebbe violare. Per molti europei, per molti africani, per tutto quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo, l’Algeria è stata un simbolo in un certo momento della sua storia. Lei oggi può riaccendere quel simbolo, Signor Presidente, o farlo definitivamente dimenticare.