L'ingresso principale al centro di custodia cautelare di N'Djamena, Ciad, 17 febbraio 2017 (Credit: VOA / André Kodmadjingar)

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.