Crisi sudanese
Khartoum arresta i veri leader dei campi che si oppongono al processo di pace di Doha. I movimenti ribelli fanno fuori chi sta col regime. Così gli sfollati si trovano schiacciati da una doppia violenza. Una situazione esplosiva. La denuncia in un rapporto di Human Rights and Advocacy Network for Democracy.

La situazione in Darfur, area occidentale del Sudan, resta esplosiva. Si continua a combattere e con intensità crescente. Secondo fonti governative gli scontri della seconda metà di luglio tra esercito e ribelli del Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem) avrebbero causato circa 400 morti, di cui oltre 300 ribelli e 86 soldati. Il Jem nega quei numeri.

 

Il governo di Khartoum continua, poi, con la politica di espulsione di operatori internazionali. Ne ha cacciati cinque lunedì scorso (erano membri dell’Onu e del Comitato internazionale della Croce rossa), mentre sabato la cattiva sorte era toccata a due membri dell’Unamid, il contingente Onu e dell’Unione africana, poi liberati nella giornata di ieri, 17 agosto. La motivazione è la stessa: le agenzie umanitarie creerebbero tensioni nell’area. La realtà, ovviamente, è un’altra. Meno occhi esterni osservano il dramma in cui è finita dal 2003 quella regione africana e meglio è per il regime di Khartoum. Che è uscito ancor più rafforzato dalle elezioni politiche dello scorso aprile. Nei ruoli chiave del governo, il presidente Hassan El-Bashir ha piazzato i suoi fedelissimi, tra i più rocciosi integralisti islamici.

 

Una deriva, quella della radicalizzazione religiosa di Khartoum, che si fa ogni giorno sempre più soffocante. In parlamento è arrivata la proposta di legge in cui si estende l’obbligo di indossare lo chador per le donne e che prevede la lapidazione per gli adulteri.

 

Il clima che si respira nel paese è molto pesante. Si avvicinano a passi da gigante due appuntamenti con la storia per il Sudan: il referendum del gennaio 2011 per l’indipendenza del Sud Sudan e il buon o cattivo esito dei colloqui di pace per il Darfur, in discussione a Doha, in Qatar. Sul primo punto, circolano con molta insistenza voci di un possibile rinvio del voto. Sul secondo, il caos regna sovrano.

 

Il 13 agosto scorso è stato reso pubblico a Ginevra un documento di Human Rights and Advocacy Network for Democracy (Hand) nel quale si punta il dito contro la strumentalizzazione della società civile e degli sfollati del Darfur, da parte sia del governo sia di uno dei principali movimenti di opposizione al regime, il Sudan liberation army/movement (Sla/m). Le continue violenze scoppiate a luglio nei due maggiori campi profughi del Darfur (a El Hamidiya, vicino a Zalengie, nel Darfur occidentale; e a Kalma, vicino a Nyala, la capitale del Darfur meridionale) sono dovute anche alle pressioni e alla eccessiva polarizzazione delle due posizioni politiche in campo: i sostenitori e gli affossatori dei colloqui di pace di Doha.

 

Khartoum, grazie anche alla sua capillare rete spionistica e di security, sta arrestando e mettendo fuori gioco i veri leader dei campi profughi, da sempre dubbiosi sull’impostazione data alle trattative in Qatar. Lo stesso, tuttavia, starebbe facendo, ma su sponda opposta, lo Sla/m, infiltrandosi nei campi e mettendo al muro chi sospetta di contiguità con il regime.

 

L’accusa di Hand è che, stritolati da queste due violenze opposte, a uscirne massacrati sono gli stessi profughi e le vittime della guerra scoppiata dal 2003 in quella regione sudanese grande quasi quanto la Francia. La colpa maggiore di Khartoum, secondo le organizzazioni umanitarie, è di aver scelto come membri della società civile da far partecipare ai colloqui di Doha persone per nulla rappresentative della realtà darfuriana ma perfettamente servili alle esigenze del regime. E responsabilità politiche sono da attribuire anche al team internazionale di mediazione, che ha accettato questa situazione.

 

Human Rights and Advocacy Network for Democracy, dopo ad aver esortato il regime a finire con le continue violenze e a liberare i leader dei profughi arrestati ingiustamente, denuncia come la situazione in Darfur stia diventando con il passare dei giorni sempre più drammatica. (Giba)