Sud Sudan / Spiragli
Sul tavolo dei belligeranti in Sud Sudan c’è un documento che può consentire di superare la crisi che dura dal 2013. I mediatori attendono una risposta a breve, tanto da prefigurare la firma di un accordo il 17 agosto.

Il tavolo di mediazione che, ad Addis Abeba, sta lavorando alla ricerca di una soluzione della crisi sudsudanese ha reso pubblica la proposta di accordo di pace che ha sottoposto alle due parti belligeranti, il governo di Juba e l’opposizione armata dell’Splm-io.
Accanto ai paesi membri dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), che hanno cercato invano fino allo scorso marzo una soluzione al conflitto, siedono ora numerosi altri attori della scena politica internazionale: l’Onu, l’Unione europea, l’Unione africana, i paesi membri di un comitato di alto livello istituito ad hoc dall’Ua (Algeria, Ciad, Nigeria, Rwanda e Sud Africa), la Troika (Stati Uniti, Norvegia, Gran Bretagna) e la Cina. Dunque sarà molto più difficile per il presidente Salva Kiir e per l’ex vice presidente Riek Machar resistere alle pressioni perché si trovi un accordo, per la firma del quale è stata indicata la data del 17 di agosto.
Il testo, molto preciso ed articolato, è già stato definito da molti come il secondo Cpa, riferendosi al Comprehensive Peace Agreement che, nel 2005, ha messo fine alla ventennale guerra civile tra il nord e il sud del Sudan, aprendo la strada alla secessione di quest’ultimo. A una prima lettura non sembra discostarsi dal testo precedente, essendo basato ancora sulla divisione del potere tra i contendenti, cioè il fattore che ha generato la crisi.
Ma a far la differenza sono i dettagli. Ad esempio, vengono moltiplicate le figure istituzionali con la creazione del primo vice presidente, che dovrebbe andare all’opposizione, così da non scontentare l’attuale vicepresidente, James Wani Igga, equatoriano, che aveva detto chiaramente che non aveva nessuna intenzione di lasciare il suo posto ad un traditore. Tradotto: la gente che rappresenta non vuole essere seconda a nessuno nella gestione del potere.
Altro esempio. Ai 332 attuali dei membri del parlamento ne vengono aggiunti 68, per far posto ai rappresentanti di nuovi gruppi di potere, senza scomodare chi già siede nell’assemblea. Molto precise anche le percentuali della rappresentanza nel governo: 53% all’attuale governo, 33% all’Splm-io, 7% all’Splm – leader, o ex detenuti, 7% alle altre forze politiche di opposizione. Percentuali invertite nei tre stati più colpiti dalla crisi, nei quali la maggioranza andrebbe ad Splm-io.
Ora il testo è all’esame delle parti belligeranti. Il governo di Juba ha formato dei comitati per l’esame dei vari capitoli. Splm-io si riunirà nella roccaforte di Pangak nei prossimi giorni per dare il suo parere.

Giustizia e sviluppo
Forse per non disturbare il processo di mediazione che si è finalmente rimesso in moto, la commissione competente dell’Ua ha rimandato ancora la diffusione dei risultati dell’inchiesta sui fatti del dicembre 2013, che hanno precipitato il paese nella guerra civile. Sulla necessità che l’inchiesta venga resa finalmente pubblica si erano espresse tutte le associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e numerose organizzazioni della società civile sudsudanese, che ritengono che la pace non possa essere raggiunta a discapito della giustizia.
La preoccupazione della comunità internazionale è stata espressa in molte autorevoli circostanze. L’ultimo rapporto dell’International Crisis Group (Icg) South Sudan: Keeping Faith with the Igad Peace Process invita a riprendere fiducia nelle trattative di Addis Abeba, le uniche possibili allo stato attuale. Lo stesso presidente Usa, Obama, nel suo recente viaggio in Kenya ed Etiopia ha accennato diverse volte alla situazione in Sud Sudan. Ad Addis Abeba ne ha discusso con i rappresentanti dell’Igad e dell’Ua. Alla riunione non è stato invitato il presidente sudsudanese Salva Kiir che, per bocca del suo ministro degli esteri, Barnaba Marial Benjamin, minaccia di farne un caso diplomatico, perché non sono state rispettate le sue prerogative di presidente legittimamente eletto. Il fatto, grave dal punto di vista del protocollo diplomatico, è molto indicativo della considerazione di cui gode il governo di Juba a livello internazionale. Obama, nel suo discorso davanti all’assemblea dell’Ua, ha sottolineato come una pace duratura in Sud Sudan non possa prescindere dalla definizione delle responsabilità per le atrocità commesse e ha promesso di alzare il costo da pagare se le due parti belligeranti non arriveranno a concordare un compromesso che metta fine alla crisi.
Parole importanti, ma ancora generiche. Si spera che, nella definizione pratica si parli di embargo del commercio di armi, di disarmo della popolazione, di processi di riconciliazione a livello delle comunità, di interventi per cambiare la cultura della violenza e della vendetta che ancora impregna gran parte della società sudsudanese, di sostegno allo sviluppo, di misure per limitare drasticamente la disoccupazione giovanile e di valorizzazione del ruolo, finora assolutamente subalterno, delle donne. Un’effettiva uscita dalla crisi passa da qui.

Nella foto sopra il Presidente del Sud Sudan, Salva Kiir (a sinistra), e l’ex vice presidente, Riek Machar.