Fase 2. Fase 3. I riflettori sono sempre sul Covid-19. Nigrizia invita a spostare lo sguardo dove non lo fa quasi nessuno. E dirigerlo verso la martoriata Repubblica democratica del Congo. Che 60 anni fa, il 30 giugno, in un clima di euforia generale dava il via alla sua presunta fase 0. O “indipendenza” con molte, troppe virgolette.

Rivelatasi da subito, come per gli altri 16 paesi che sventolavano in quello stesso anno la raggiunta sovranità nazionale, una operazione di maquillage, lasciando il paese proprietà privata di altri. Troppo ricco nel sottosuolo per essere lasciato in pace. L’economia di guerra porta molti più affari.

È evidente ancora oggi all’est, alle frontiere con Uganda, Burundi, Rwanda, Tanzania e Zambia. Dove più regna il caos, più si ruba. Crocevia di minerali, ribelli, sfruttamento del lavoro minorile, degrado ambientale, corruzione delle autorità e incursioni quotidiane per spartirsi la torta tra i paesi confinanti e le 86 multinazionali che puntano ai minerali preziosi, utili anche per i nostri dispositivi elettronici. Con il Rwanda nelle vesti di nuovo colono e garante di attori (occidentali) ben più potenti che tirano le fila.

In quelle terre, una guerra interafricana ha fatto dal 1998 al 2003 quasi 6 milioni di morti! E dal 2014 a oggi le vittime del genocidio nel nord-est si contano a migliaia. Tra loro anche molte donne e bambini. Tantissima gente ha dovuto lasciare terre e case.

Ma qualcuno si muove e prova a rialzare coraggio e speranza. A Rwangoma, alla periferia di Beni (Nord Kivu) – dove ci fu uno dei più grandi massacri nell’agosto del 2016, ricordato anche da papa Francesco che denunciò il vergognoso silenzio su quei fatti – su iniziativa della Chiesa cattolica e della società civile si sta costruendo un memoriale in ricordo delle vittime. Itinerario verso la pace e la riconciliazione, passando per la verità.

Monoliti che segnano 15 tappe, come le stazioni della via Crucis, sulle zone dei massacri. Un pugno nello stomaco per le autorità che ufficialmente non hanno mai denunciato questo massacro. A partire dal presidente. Silenzio che lascia presagire «un progetto diabolico e ben organizzato di balcanizzazione del territorio congolese» come ha denunciato per Pasqua Dieudonné Uringi, vescovo di Bunia.

Ora tocca a noi. Nigrizia rilancia quel grido alla comunità congolese, al mondo missionario e alla società civile in Italia. Per non lasciar passare nell’indifferenza la data del 30 giugno. Ma per costruire anche qui quel memoriale, a partire da una Campagna di giustizia e di solidarietà con la Rd Congo. Portiamo nei parlamenti italiano ed europeo quel grido. Mettiamoci in strada ancora, nelle forme possibili in questo strano tempo, per dire “Basta”! Organizziamoci dall’Europa alla Rd Congo. “Perché se non parlate, grideranno le pietre” dice il vangelo di Luca (Lc 19,40).


30 giugno 1960
Giorno della proclamazione dell’indipendenza del paese. In precedenza Patrice Emery Lumumba, uno dei protagonisti della lotta per l’indipendenza, si era imposto alla Conferenza di Bruxelles sul Congo (20 gennaio-20 febbraio 1960) come uomo di spicco dei movimenti per la libertà. Lumumba diventa primo ministro mentre viene nominato presidente Joseph Kasa-Vubu.

Ma i problemi che minano alle fondamenta il progetto dell’indipendenza non tardano a presentarsi nel corso di quello stesso anno: la regione del Katanga si proclama indipendente, il Belgio invia paracadutisti per proteggere i suoi cittadini e i suoi interessi minerari, il presidente Kasa-Vubu attua un colpo di stato e licenzia il primo ministro Lumumba che viene arrestato da Joseph Désiré Mobutu, capo di stato maggiore, su istigazione di consiglieri militari belgi e statunitensi.