A guardare le acque del Nilo, niente sembra cambiato. Qui ad Aswan è ancora un fiume tranquillo e pulito, e anche in questi giorni l’acqua scorre placida, addomesticata dalla grande diga costruita negli anni ’60. Ma spostando lo sguardo dal fiume alle strade, ci si accorge subito che anche qui il coronavirus ha colpito, stravolgendo abitudini e vita quotidiana della gente.

Siamo ben lontani da quello che sta succedendo in Italia, sia per numero di casi sia per misure di quarantena. Eppure anche qui molte cose sono cambiate, in queste ultime due settimane. Ne è emblema il lungo Nilo, di solito sempre frequentato, ora spesso praticamente deserto. Scuole chiuse, negozi aperti solo fino alle cinque del pomeriggio, coprifuoco dalle sette di sera alle sei di mattina, venerdì e sabato (i giorni festivi qui) tutto chiuso eccetto farmacie e supermercati. Vietati gli assembramenti, di qualsiasi genere. Anche qui da dieci giorni celebriamo messa solo fra noi, in casa, assieme alle suore che vivono accanto. La gente è invitata a restare in casa.

Dentro le mura

So che per molti, anche in Italia non è facile, è una situazione stressante, magari crea tensioni o panico. Eppure, non posso fare a meno di sentirmi un privilegiato, nel poterlo fare. Lo dico scrivendo al computer, con elettricità e Internet che funzionano, e qualcosa nel frigo. Quanti miei fratelli e sorelle qui possono dire lo stesso? Quanti anche in Italia o in Zambia, come scriveva l’amico Diego qualche giorno fa, in tutto il mondo, semplicemente non se lo possono permettere?

Qui in Egitto è molto diffuso il lavoro giornaliero. Intere famiglie, anche fra i nostri cristiani, dipendono da quello che si guadagna uscendo giorno per giorno. “Ci saranno persone che non moriranno per il Corona ma moriranno di fame se continua così” mi diceva qualche giorno fa al telefono un’amica. Pare che il Governo si stia mobilitando per assistere tutti quelli che dipendono dal lavoro giornaliero. Lo speriamo, sarebbe davvero la salvezza per tanti.

Ma penso anche a chi un lavoro e una casa non ce l’ha e vive per strada. Qui ad Aswan non sono molti i senza tetto, ma ce n’è un esercito al Cairo, come nelle nostre strade d’Italia. Penso ai tanti rifugiati che ho incontrato nei due anni passati al Cairo, soprattutto Eritrei e Sudanesi. Penso alle case dove vivono due o tre famiglie insieme, per condividere le spese dell’affitto e del cibo, altrimenti insostenibili.

La generosità della gente

Ecco, dalla mia quarantena, che in fondo assomiglia molto a quella di chi legge, credo, penso a questi fratelli e sorelle. Penso a loro, perché, come tante altre volte, anche in questi giorni mi hanno sorpreso e insegnato una generosità della quale so di non essere capace, io che rischio di preoccuparmi di quel che succede e succederà a me e ai miei cari.

Molti di loro vivono con circa 75 Euro al mese, avrebbero il diritto di preoccuparsi di se stessi come e più di me. Quando la quarantena si somma alle difficoltà economiche, chi ha tempo per pensare agli altri? Eppure molti degli amici rifugiati conosciuti qui in Egitto, assieme a tanti egiziani, in questi giorni si sono preoccupati per me, per la mia famiglia, per voi in Italia.

Mi hanno scritto, mandato messaggi vocali, incoraggiato, assicurato preghiere e pensieri per la famiglia e per tutto il popolo Italiano. Come Amani, sudanese musulmana che vive al Cairo, che quasi ogni giorno mi scrive per assicurarsi che stia bene e per sapere come sta la famiglia in Italia. È un’esperienza che tutti noi missionari europei stiamo facendo in questi giorni, ora che i nostri Paesi sono i più colpiti, rovesciando per un po’ le prospettive.

Stiamo toccando con mano cosa voglia dire sentire che c’è chi si preoccupa e prova compassione. Suor Maria, sorella comboniana spagnola, mi diceva che i lebbrosi che ha servito per anni in un lebbrosaio del Nord dell’Egitto in questi giorni l’hanno chiamata uno dopo l’altro per essere sicuri che la sua famiglia in Spagna stesse bene.

La meravigliosa sopresa di un giovane egiziano

E lì da voi in Italia che bello il gesto di Sameh (il nome vuol dire “buono” in arabo)! Lui fruttivendolo a Canonica D’Adda, nel bergamasco, che dice agli italiani, in ginocchio per il coronavirus, la sua riconoscenza per essere stato accolto dieci anni fa. Regalando frutta ai clienti: “Se avete bisogno prendete gratis la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo. Ho scritto su un cartello fuori dal mio negozio il mio grazie all’Italia, voglio sentirmi a posto col mio cuore. Prendo questa frutta dal mercato – continua – e voglio aiutare in questo modo la gente che ha bisogno”. Dovrebbe un attimo scuoterci!

L’altare delle esperienze

Allora in questa quarentena sul Nilo, provo a costruire un’altare con questa esperienza. Come l’Israele biblico, che piantava una pietra come altare in ogni luogo in cui incontrava Dio per ricordarsi della Sua presenza, anche io in questi giorni pianto una pietra per ricordarmi della capacità dell’umanità di prendersi cura, di provare compassione, di sentirsi uno anche con chi è diverso e lontano.

Abbiamo e avremo bisogno di solidarietà e compassione, in questa crisi e quando finalmente usciremo da questo momento. Il coronavirus ci mette alla prova, come umanità, ma se sapremo scegliere di guardarci in faccia come fratelli e sorelle, di riscoprire ciò che conta davvero, di provare compassione per chi è in difficoltà senza guardare al passaporto o al conto in banca, allora ne sarà valsa la pena.