Io non sono razzista ma – gennaio 2015
Marco Aime

Ricordo molti anni fa, quando lavoravo ancora in fabbrica, che con l’avvicinarsi del mese di agosto un collega di lavoro mi chiese: «dove vai in vacanza?». Allora ero un giovane con la passione del viaggio e avevo iniziato a visitare il Mali e il deserto algerino, e quell’anno avevo deciso di andare in Botswana. Per non dover stare a spiegare dove si trovava e che paese era, risposi frettolosamente e genericamente: «in Africa» e lui «di nuovo?». Da notare che il collega in questione andava da credo oltre dieci anni in ferie ad Alassio.

Questo banale aneddoto mi è tornato alla mente, mentre riflettevo su quante volte ci capita di sentire nei media o nei dialoghi della gente comune parlare di “Africa” al singolare, come se questo vasto e complesso continente fosse un unicum. Non si tratta solo di ignoranza, per cui il Maghreb sarebbe uguale al Corno d’Africa, il Sahel alla foresta equatoriale, ma di un sottile e sotteso etnocentrismo. Un etnocentrismo o meglio un eurocentrismo, che non è esteso in egual misura al resto del mondo. Nessuno parla di Asia o di America in senso così generico e generalizzato.

Per esempio, si parla e si organizzano esposizioni di “arte africana”, ma chi ha mai visto una mostra di arte asiatica? Quale curatore avrebbe l’ardire di mettere insieme ceramiche cinesi, sculture indiane, gioielli giapponesi? Quale impresario oserebbe proporre un concerto di musica americana?

Siamo tutti consci che questi continenti contemplano culture e tradizioni molto diverse tra di loro, che la musica caraibica non ha nulla a che vedere con quella andina e che le pagode cinesi non sono uguali ai templi tibetani. Nessuno esporrebbe come “arte europea” dipinti fiamminghi, quadri rinascimentali, impressionisti e cubisti in uno stesso contesto.

Quando si parla di Africa, ecco invece che tutto finisce in uno stesso calderone, in cui epoche, storie, politiche e culture, passato e presente si mescolano dando vita a un insieme che non conosce storia, che non contempla nessun cambiamento, nessuna evoluzione. Dietro questa visione si nasconde una lettura di carattere evoluzionista, ma non come quella degli evoluzionisti colti di epoca vittoriana, che almeno ipotizzavano che con il tempo e l’opera civilizzatrice dei bianchi, anche gli altri sarebbero cambiati. Qui gli africani sono condannati a un eterno passato indistinto. Non importa se l’Africa è un caleidoscopio di culture, che queste culture siano connesse ad altre culture non africane, che siano state attraversate dal vento della storia come tutto il pianeta. Se dopo l’epoca coloniale i diversi stati del continente hanno fatto scelte diverse, fatto parte della guerra fredda, se alcuni di loro hanno tentato transizioni democratiche, altri sono invece diventati dittature, ciò dovrebbe farci capire quanto l’intreccio politico-economico-sociale di questa terra sia complesso.

L’Africa deve essere semplificata, perché così ci è più facile pensarla, ci è possibile attribuire ogni conflitto al tribalismo, attribuire ogni tragedia al sottosviluppo. Dopo averne inventato gli attuali stati, con confini di convenienza, ora neghiamo anche quelle diversità che distinguono paese da paese. Un’altra, l’ennesima ferita che questo continente deve subire per mano nostra.

La foto in alto appartiene alla mostra “Oltre gli stereotipi” in corso a Bologna fino al 22 gennaio nella Sala Esposizioni Giulio Cavazza. Una mostra per raccontare l’Africa vista dagli occhi di Kalo Koma, un agricoltore congolese di 37 anni. Le fotografie di Ismael Martinez Sanchez, presentate dalla Onlus Harambee International, per raccontare il Congo “oltre gli stereotipi” appunto.