EDITORIALE – FEBBRAIO 2017
Redazione

Lo scorso gennaio, mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla cerimonia che ha inaugurato il mandato di Donald Trump, negli stessi giorni s’insediava il presidente del Gambia, il più piccolo paese dell’Africa continentale. Il primo evento ha avuto una copertura mediatica planetaria, il secondo è passato quasi inosservato.

Nigrizia ha seguito con attenzione il processo che ha portato all’alternanza democratica in Gambia perché è un fatto rilevante non solo per i gambiani, ma per tutti i popoli e le istituzioni dell’Africa occidentale. Nelle pagine interne trovate un racconto dettagliato di quanto è accaduto, qui ci limitiamo a una breve ricapitolazione.

19 gennaio: Adama Barrow, vincitore alle elezioni del 1° dicembre 2016, prestava giuramento come presidente del Gambia nell’ambasciata del suo paese, a Dakar (Senegal). Troppo rischioso sarebbe stato per lui insediarsi a Banjul, capitale del Gambia, dove Yahya Jammeh, padre-padrone del paese da 22 anni, al potere dal 1994 con un colpo di stato, e tra i più efferati leader politici africani, si rifiutava di accettare la sconfitta elettorale. 21 gennaio: Jammeh decide, finalmente, di abbandonare la scena e di andare in esilio. È la prima volta nella storia del Gambia, indipendente dal 1965, che il cambio ai vertici dello stato avviene tramite elezioni democratiche.

La transizione democratica non sarebbe mai avvenuta senza le pressioni internazionali e, in particolare, senza il coinvolgimento della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), di cui lo stesso Gambia fa parte. I capi di stato e di governo della Comunità avevano dato l’ultimatum a Jammeh: o parti spontaneamente o saremo costretti a sloggiarti con la forza. Non erano mancate le pressioni diplomatiche: parecchi gli interventi di capi di stato – dal presidente della Guinea, Alpha Condé, a Mohamed Ould Abdel Aziz della Mauritania, fino al nigeriano Muhammadu Buhari – che si sono recati a Banjul per cercare di convincere Jammeh a lasciare.

Da subito, l’Unione africana aveva dato il suo sostegno a Barrow, riconoscendolo come legittimo presidente, e negando ogni legittimità a Jammeh. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con voto unanime, ha sostenuto la Cedeao nel suo impegno di voler fare rispettare la volontà del popolo gambiano e condannato il rifiuto di Jammeh di accettare l’esito elettorale. La risoluzione è stata firmata anche dall’Italia, membro non permanente dell’attuale Consiglio di sicurezza.

Nei giorni precedenti la fuga di Jammeh, Nigrizia aveva sollecitato Mario Giro, viceministro degli esteri e della cooperazione internazionale, ad accogliere l’appello lanciato dal Gruppo della Casa di Amadou, composto di emigrati gambiani e cittadini italiani, affinché Roma appoggiasse Adama Barrow.

Va riconosciuto che a pesare in maniera decisiva nell’uscita di scena di Jammeh è stata la minaccia armata concretizzatasi con l’entrata in territorio gambiano di reparti dell’esercito senegalese, affiancati da centinaia di soldati ghaneani e nigeriani, supportati dall’aeronautica e dalla marina militare nigeriana, pronti a usare le armi qualora Jammeh si fosse rifiutato di abbandonare il paese. Una missione specifica voluta dalla Cedeao e avallata dall’Onu.

La difficile transizione democratica si è conclusa positivamente e senza violenza. È la prova provata che la democrazia non è fuori dalla portata dell’Africa. I fatti stanno sconfessando, giorno dopo giorno, quei numerosi afropessimisti più che mai convinti che i popoli africani non siano pronti per la democrazia che, a loro parere, rimarrebbe appannaggio dei soli paesi cosiddetti “sviluppati”.

I capi di stato e di governo della Cedeao hanno stabilito un precedente con il loro intervento in Gambia facendo intendere chiaramente che le regole della democrazia vanno rispettate e applicate. Tolleranza zero nei confronti delle prevaricazioni e dei sotterfugi. Messaggio inequivocabile che deve valere per tutti. Per un piccolo e politicamente poco significativo paese come il Gambia, come per nazioni economicamente e politicamente più importanti. La Cedeao ha dato un segnale forte che ci auguriamo venga accolto anche nel resto dell’Africa.