INCONTRI E VOLTI – FEBBRAIO 2020
Alex Zanotelli

Poco prima di Natale 2019, ho incontrato mons. Raffaele Nogaro. Il vescovo emerito di Caserta, 86 anni, vive in un appartamentino vicino alla cattedra della città campana. L’ho trovato sofferente, ma carico dello spirito profetico che sempre lo ha animato, e l’ho innanzitutto ringraziato per testimonianza pastorale che ci ha dato fin qui.

Nell’abbracciarlo ho come rivisto la vita di quest’uomo radicalmente legata a Gesù, al Gesù storico che ha fatto scelte ben precise nella Galilea dei disperati. Non dev’essere stato semplice per lui, prete in Friuli e poi vescovo a Sessa Aurunca (1982), andare a incarnarsi in una realtà mafiosa come quella del Casertano (è stato nominato vescovo di Caserta nel 1990). Credo che sia stata decisiva la sua scelta di fondo: quella di essere un vescovo povero e accogliente.

Subito ha rinunciato ai segni del potere quali lo zucchetto, l’anello, il pettorale, l’abito filettato, utilizzando una modesta veste talare. Senza autista, segretario e camerieri, ha sempre ricevuto lui direttamente, senza appuntamento, le persone che volevano incontrarlo. Infatti l’episcopio è diventato un punto di riferimento per tutti anche per i migranti. Questo stile di vita gli ha permesso di entrare in sintonia con i poveri.

Amico di don Tonino Bello (vescovo di Molfetta, morto nel 1993), Raffaele avrebbe dovuto succedergli a capo di quella diocesi. Ma la Conferenza episcopale italiana si è messa di traverso… ed è solo un capitolo della persecuzione che ha subito. Anche in Campania non è mai stato accettato nelle diocesi e raramente è stato invitato da un altro vescovo: un ostracismo ecclesiastico che ha sempre sofferto molto.

È stato anche vicino a don Peppe Diana, ucciso dalla camorra a Casal di Principe 19 marzo 1994. Don Raffaele, che lo considera un martire, ha lo accompagnato anche nella stesura del documento “Per amore del mio popolo” in cui don Peppe attacca la camorra. Ed è stato l’unico dei vescovi della Campania a difenderlo dal fango che gli hanno gettato addosso.

I migranti del Casertano lo sentivano e lo sentono come un padre. Mentre era in discussione la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha detto: «È un’infamia la negazione del diritto d’asilo; una legge che conculca i diritti della persona umana e se verrà approvata non resta che la disobbedienza civile: bisogna aiutare i cosiddetti clandestini e autodenunciarsi; se necessario, bisogna aprire le chiese per ospitare gli immigrati». E ha appoggiato l’azione dei comboniani di Castel Volturno contro le politiche migratorie di allora: i padri Poletti e Nascimbeni si incatenarono per giorni davanti alla prefettura di Caserta e don Nogaro andava a visitarli e a solidarizzare con loro.

Deciso anche in difesa dell’ambiente. L’area di Caserta è nota come “la terra dei fuochi” e lui si è battuto contro chi ne ha fatto una discarica di veleni e di materiali inquinanti.

Dunque si parla di un vescovo che ha sposato senza riserve la causa degli ultimi ed è stato un costruttore di pace. La sua è vera e propria profezia oscurata, disprezzata, non riconosciuta, ma i profeti sono sempre riconosciuti dopo… Grazie Raffaele Nogaro.

Camorra
In entrambe le diocesi che ha condotto – Sessa Aurunca e Caserta –, mons. Nogaro non si è risparmiato nell’opporsi alla malavita organizzata e ha denunciato l’illegalità presente nella società e nell’amministrazione del territorio. Al termine del suo mandato di vescovo di Caserta, nel 2009 per raggiunti limiti di età, ha scelto di rimanere nella città campana e di continuare nel suo impegno. È stato membro della Commissione ecclesiale per le migrazioni, organismo della Cei. Nel 2000, la regione Campania gli ha conferito il premio Campania per la pace e i diritti umani. Anche lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, che dal 2006 vive sotto stretta protezione, lo indica come esempio di impegno nel contrasto alla camorra