Ambiente Congo (Rep. dem.) Pace e Diritti
Gli antichi abitanti della foresta espulsi a forza dalle loro terre ancestrali
Rd Congo: violenze organizzate contro i batwa nel parco nazionale Kahuzi-Biega
Attacchi armati contro questo popolo di cacciatori e raccoglitori per costringerli a lasciare la zona protetta in nome della conservazione della biodiversità. L’ennesimo caso di abusi commessi da guardie forestali impiegate nel modello del “conservazionismo fortezza”. Ma un altro modello è possibile e già sperimentato
08 Aprile 2022
Articolo di Bruna Sironi (dal Kenya)
Tempo di lettura 5 minuti
Donne batwa

Nei giorni scorsi Minority Rights Group International (Mrg), organizzazione britannica con un ufficio per l’Africa in Uganda, ha pubblicato un rapporto di 90 pagine molto ben documentato, e scioccante, sulle violenze perpetrate nei confronti dei batwa (o twa), gruppo etnico di cacciatori e raccoglitori originari dell’area del parco nazionale di Kahuzi-Biega (Pnkb), nelle vicinanze di Bukavu, capoluogo della regione del Sud Kivu, nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo. Per la sua importanza naturalistica, il parco, loro terra ancestrale, è compreso nella lista dei siti Unesco patrimonio dell’umanità.

I batwa fanno parte del raggruppamento conosciuto con la denominazione di pigmei, presenti in diversi paesi africani dove rimane un rilevante manto forestale. Il termine, che risale all’antica Grecia, ha ora una connotazione piuttosto negativa e perciò non sarà usato in questo articolo. Per il loro stile di vita ancora strettamente legato alla foresta e la loro economia basata sulla raccolta dei suoi frutti e sulla caccia, sono ritenuti poco evoluti e generalmente marginalizzati in tutti i paesi dove si trovano.

L’obiettivo delle violenze contro i batwa del Pnkb sarebbe quello di costringerli a lasciare la zona protetta in nome della conservazione della biodiversità, in particolare dei gorilla che abitano quella foresta, e a favore dei flussi turistici che ne sono attratti. Si tratta dell’ennesimo caso di abusi commessi da guardie forestali impiegate nel modello del “conservazionismo fortezza”, molto spesso applicato nei paesi africani (abbiamo parlato di recente di un caso analogo in Kenya), che prevede, tra l’altro, l’espulsione della popolazione locale, vista come una minaccia alla protezione dell’ambiente e della fauna selvatica.

Lo sostiene Agnes Kabajuni, direttrice per l’Africa di Mrg, nel comunicato stampa di presentazione del rapporto intitolato To purge the forest by force (Liberare la foresta con la forza). «Stiamo assistendo ad una politica di violenza di stato che ha l’obiettivo di terrorizzare una comunità indigena già gravemente emarginata, con lo scopo di costringerla a lasciare un parco creato sulla sua terra ancestrale». «Ѐinaccettabile che popolazioni indigene nella regione dei Grandi Laghi diventino obiettivi di politiche di conservazione pesantemente militarizzate per il semplice fatto di essere abitanti della foresta».

Il rapporto, scritto da Robert Flummerfelt, giornalista investigativo che ha lavorato nella Rd Congo per quattro anni, descrive la violenza contro i batwa durante tre anni di campagna, organizzata allo scopo di espellerli dalla zona protetta. L’inchiesta è stata finanziata dalla Commissione europea, con fondi della linea di budget che promuove la protezione dei diritti umani e una governance democratica.

Nel comunicato stampa, diffuso da Mrg il 6 aprile scorso, si sottolinea che le guardie del parco, colpevoli di aver terrorizzato la popolazione batwa per il solo fatto di vivere nelle sue terre ancestrali, sono finanziate da fondi, soprattutto tedeschi e americani, e sono state addestrate secondo standard internazionali.

Per di più, si dice che la campagna da loro condotta in collaborazione con l’esercito congolese sarebbe stata “underwritten”, cioè di fatto approvata dai donatori tedeschi e americani, e dall’organizzazione ambientalista internazionale Wildlife Conservation Society (Wcs), che sarebbero stati informati preventivamente della campagna e poi degli abusi conseguenti, anche in forma scritta. Durante le operazioni sono stati uccisi almeno 20 batwa, stuprate con violenze di gruppo almeno 15 donne e costrette centinaia di persone a lasciare i propri villaggi, rasi al suolo e incendiati.

Secondo quanto appurato dall’inchiesta, la campagna di espulsione avrebbe visto tre ondate di violenze concentrate nella zona di Kalehe, all’interno del parco. La prima, tra luglio e agosto del 2019, è stata seguita nel 2021 da una seconda in luglio e da una terza tra novembre e dicembre dell’anno scorso. Negli attacchi numerosi villaggi sono stati bombardati con l’impiego di artiglieria pesante fino a raderli completamente al suolo. Molte sono state le vittime. Oltre a quelle documentate, ed elencate sopra, si presume che molti altri siano morti, soprattutto anziani e bambini, scomparsi nella foresta dove avevano cercato rifugio.

Si sono verificati anche episodi di vilipendio dei cadaveri, con arti amputati e presi come trofei dai “fieri” colpevoli degli omicidi. Tali crimini sono avvenuti in violazione di leggi nazionali e internazionali e potrebbero essere considerati come crimini contro l’umanità.

Il rapporto sostiene, infine, che gli attacchi non sono episodi isolati, ma sono il frutto di politiche decise ai più alti livelli della direzione del parco. I finanziatori stranieri, e in particolare enti tedeschi e americani, pur informati ripetutamente dei gravissimi abusi, non hanno mai interrotto il loro supporto, e in questo senso possono essere considerati complici. Avendo finanziato di fatto corpi paramilitari, hanno probabilmente anche violato l’embargo alle armi deciso dal Consiglio di sicurezza dell’Onu nei confronti della Repubblica democratica del Congo.

Gravissime violazioni e crimini compiuti in nome di un modello di conservazione dell’ambiente non solo eticamente inaccettabile, ma neppure funzionale. Non è raro, infatti, che le stesse guardie dei parchi, forti delle armi che portano e delle protezioni di cui godono, si trasformino in complici dei bracconieri, minacciando l’ambiente e gli animali che dovrebbero proteggere.

Un altro modello è possibile e già sperimentato. Implica il coinvolgimento delle popolazioni native che delle risorse ambientali sono sempre vissute e hanno perciò tutto l’interesse a proteggerle. Ma è necessaria una “rivoluzione culturale”, non solo negli ambienti politici dei paesi interessati, chiamati a costruire un quadro legislativo favorevole, ma anche nei circoli ambientalisti più accreditati a cui, forse, va ricordato che anche l’uomo è parte della biodiversità del pianeta e va sostenuto nel viverci in modo sostenibile proteggendo l’ecosistema cui appartiene.  

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