EDITORIALE – FEBBRAIO 2018
Redazione

Nella Repubblica democratica del Congo 13 milioni di persone rischiano di morire perché non hanno cibo. Ci dice l’Onu che è necessario 1 miliardo di dollari per fare fronte all’emergenza umanitaria nella nazione più ricca dell’Africa quanto a risorse del suolo e del sottosuolo.

A destabilizzare ampie aree del paese, sono soprattutto i conflitti nel Kasai al sud e nelle province del Nord e Sud Kivu nell’est, dove più di 100 gruppi armati si contendono il controllo del territorio e dunque delle risorse minerarie: le vittime si contano a decine di migliaia. Per poter vivere, la popolazione è costretta a lavorare nelle miniere illegali di coltan, oro, cobalto in condizioni disumane, sottoposta a soprusi e violenza continue.

A chi giova questa situazione? All’industria armiera e ai suoi mercanti, sicuramente. Ma anche ai governi di Rwanda e Uganda che, con la complicità del governo di Kinshasa e tramite l’impiego di milizie armate, si assicurano parti consistenti della ricchezza prodotta. Lo statu quo fa comodo anche alle imprese minerarie straniere attive in varie parti del paese, con il benestare dei governi delle loro nazioni di origine. In assenza di controlli, le imprese dichiarano al fisco ciò che vogliono e se il governo vuole imporre un aumento di tasse minacciano rivolte e caos (come è già successo).

La situazione così com’è fa comodo anche a noi che possiamo acquistare cellulari e computer portatili a costi contenuti perché il coltan utilizzato dalle industrie proviene in gran parte dal Kivu, a prezzo di sfruttamento, anche del lavoro minorile.

Da ultimo, le cose così come stanno, fanno il gioco del presidente Joseph Kabila che si rifiuta di lasciare il potere dopo aver terminato il suo secondo e ultimo mandato a fine dicembre 2016. Nelle ultime settimane, il 31 dicembre 2017 e il 21 gennaio 2018, ha scatenato le forze dell’ordine contro manifestazioni pacifiche della società civile e del mondo cattolico (non sono state risparmiate le celebrazioni religiose), che gli chiedevano di farsi da parte perché possa aprirsi una fase di transizione che porti al voto entro il 2018 (come previsto dall’accordo di San Silvestro 2016 tra governo e opposizione). Il bilancio è stato di numerosi morti, feriti e arrestati.

La Chiesa cattolica, che già in altre fasi della storia del paese ha avuto un ruolo di mediazione politica e di indirizzo, è l’autorità morale che può contribuire alla transizione democratica. Necessita, però, della solidarietà anche delle nostre Chiese. A partire dalla Conferenza episcopale italiana e la Conferenza episcopale europea. È il nostro augurio. 

Chiesa cattolica
Dopo la repressione avvenuta nella capitale Kinshasa e in diverse città, il 12 gennaio la Conferenza episcopale nazionale del Congo ha ricordato al governo che va rispettato il diritto di manifestare pacificamente. I vescovi hanno poi chiesto senza equivoci ai congolesi di «sbarrare la strada» a coloro che vogliono confiscare il potere.