Egitto / L'intervista
Nancy Okail, attivista dalla doppia cittadinanza egiziana e statunitense descrive il clima di repressione che si vive in Egitto. Dopo Mubarak la situazione è notevolmente peggiorata. "Nel Paese non potrà mai esistere alcuna stabilità se il regime militare continua a imporla violando i diritti umani".

“Accusata numero 34”. È così che per anni si è firmata Nancy Okail, attualmente direttrice del Tahrir Institute for Middle East Policy di Washington. Attivista dalla doppia cittadinanza egiziana e statunitense, a fine 2011 Nancy diventò direttrice di Freedom House al Cairo, alla vigilia del caso che vide il governo di transizione egiziano contro diverse ONG, nazionali e internazionali. Condannata in absentia a cinque anni di carcere, con l’accusa di aver usato fondi stranieri per istigare alla rivolta, Nancy non è mai più tornata al Cairo, dove vivono le sue gemelle. Qualora ci mettesse piede andrebbe dritta in carcere.

La sua storia, risalente alla fine del 2011, è un microcosmo di quanto sta accadendo oggi alla società egiziana?
Sì, esattamente. E non è un caso che tanto allora, come oggi, il Paese fosse in mano ai militari. Stavo finendo il mio dottorato a Oxford quando ci fu la rivoluzione in Egitto e mi fu data la possibilità di tornare al Cairo e lavorare all’interno di Freedom House Egypt. Purtroppo però, una volta tornata, mi accorsi che le cose non erano affatto cambiate, sebbene Hosni Mubarak non ci fosse più. Infatti dopo poco cominciò la campagna diffamatoria contro le ONG internazionali che vennero tacciate di spionaggio e tentativo di sovversione. Il tutto in un clima in cui non esisteva nessun tipo di tolleranza per chi parlasse liberamente.
Gli stranieri che lavoravano nelle ONG internazionali avevano la presunzione di non poter essere arrestati. Io fui arrestata e interrogata per sei ore e accusata di fomentare disordini sociali. Le “linee rosse”, i limiti, in vigore durante il regime di Mubarak furono oltrepassate: i cittadini statunitensi fino a quel punto non erano mai stati arrestati, eppure i membri stranieri del mio staff furono tutti costretti a dare le password dei loro computer e cellulari e furono tenuti in isolamento.
Dopo una lunga battaglia nelle corti di giustizia, sono stata comunque condannata a cinque anni di carcere in contumacia. Tra le persone accusate insieme a me, c’erano 17 cittadini americani. E a cinque anni di distanza la società civile egiziana non se la passa certo meglio tra leggi contro manifestazioni e repressione dello spazio pubblico.

Per alcuni aspetti sembra quasi che la macchina repressiva di oggi sia qualitativamente più avanzata di quella “mubarakiana”, quale è la sua impressione?
C’è stato certamente un salto di qualità e questo spiega come dal 2011 ad oggi le cose sono progressivamente peggiorate. Quello che una volta sembrava impossibile è diventato realtà. Per esempio prima le donne difficilmente venivano condannate e tenute in carcere insieme agli uomini e invece ora succede.
Sono aumentati anche i casi di tortura e di persone decedute in seguito agli abusi subiti. Per non parlare del fenomeno dei desaparecidos, nuovo nel contesto egiziano. Il caso di Giulio Regeni ha messo in luce questi fatti, ma la sua non è una storia isolata.

Ad aumentare anche il numero di persone accusate di blasfemia.
Sì è questa è davvero una contraddizione per un regime che si presenta al mondo come laico e riformista dell’Islam. La verità è che la religione è diventata anche per l’attuale regime uno strumento per ottenere consenso ed eliminare voci stonate.

In questo quadro di negazione dei diritti, come è possibile raggiungere una stabilità di lungo periodo realmente sostenibile, anche in termini di diritti umani?
È impossibile. Per questo sostenere la stabilità imposta con la forza non è lungimirante.  Molti politici e analisti dividono la questione della stabilità e della sicurezza da quella della democrazia e dei diritti umani. In questo modo non si va da nessuna parte. Per esempio, Mubarak era visto come il presidente più stabile di tutto lo scenario mediorientale e invece era a tutti gli effetti un dittatore che è caduto dopo 18 giorni di manifestazioni di strada. Ci sono più di 40 mila detenuti in Egitto, si è assistito ad un aumento dei casi di tortura e di detenzioni senza processo. Solo negli ultimi mesi, 5000 appartamenti sono stati ispezionati, computer e cellulari sequestrati. In questo contesto l’unica stabilità possibile è quella imposta dall’alto con la forza. Oltre all’alto costo, in termini di diritti umani, prima o poi diventa esplosiva perché non sostenibile. E i pericoli saranno tanti, anche dal punto di vista della sicurezza.

Nella foto in alto l’attivista Nancy Okail, quando era direttrice dell’Ong Freedom House, legge mentre è in arresto nel 2012 al Cairo. Sopra Nancy Okail durante una conferenza.