Da Nigrizia di gennaio 2011: urne e ribelli
Anche se una buona parte del paese sfugge al controllo dello stato, il 23 gennaio sono previste le elezioni presidenziali e legislative. In lizza per la presidenza, l’uscente Bozizé, il tecnocrate Ziguélé e l’immancabile Patassé.

A fine novembre, con un mese di anticipo sull’avvio ufficiale della campagna elettorale, a ogni incrocio troneggiavano gigantografie del presidente con questo slogan: “Bozizé accelera, il Centrafrica in cammino”. Un po’ tardi, tuttavia, perché non si vedono quasi cantieri aperti, tranne quello di un hotel che stanno costruendo i cinesi per conto della Libia sulla strada dell’aeroporto, crivellata di buche, come tutte le vie della capitale. E anche se si sono ridipinti gli edifici di rappresentanza alla vigilia dei 50 anni dell’indipendenza (1° dicembre), i tetti arrugginiti delle ville sul Viale dei Martiri ricordano che Bangui, “la civettuola”, ha bisogno di un buon restauro.

 

L’ambiente non è per nulla ameno. Di notte s’intensificano i controlli di poliziotti e militari, divenuti più nervosi dopo che lo scorso 24 novembre i ribelli hanno preso la città di Birao, nel nord del paese, vicino alle frontiere di Ciad e Sudan. I ribelli sono quelli della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp), guidati dal colonnello-farmacista Charles Massi, sparito all’inizio del 2010, dopo essere stato consegnato dall’esercito ciadiano alle autorità centrafricane. Finora il suo corpo non è stato ritrovato.

 

Le forze governative hanno annunciato, il 1° dicembre, la riconquista di Birao. Ma il bilancio è pesante: 10 morti e 11 prigionieri delle Forze armate centrafricane (Faca), secondo un bilancio reso noto dai ribelli. Il governo riconosce la morte di 4 soldati, ma sottolinea quella di 65 ribelli, dopo il bombardamento di Birao da parte di un aereo ciadiano, il 25 novembre. I ribelli dicono, invece, che quell’incursione aerea ha fatto solo vittime civili. Di sicuro, la maggior parte dei 18mila abitanti di Birao era fuggita nella boscaglia al momento dell’attacco ribelle, il 23 novembre.

 

Il conflitto si è indurito, anche se, poche settimane prima dell’attacco, i ribelli chiedevano l’apertura di trattative di pace. Ma, a fine novembre, i ribelli hanno denunciato l’autismo del presidente François Bozizé e, disconoscendo il processo elettorale, hanno indicato di avere come obiettivo la presa della capitale. Che, va ricordato, dista più di 1.000 chilometri dalle postazioni dei ribelli.

 

Gli effettivi della Cpjp, stimati oggi in 3mila uomini, sono triplicati in un anno: sono stati reclutati ribelli ciadiani o gruppi armati sudanesi, costretti a lasciare il Darfur dopo la riconciliazione tra N’Djamena e Khartoum. Costoro si sono aggiunti agli elementi usciti dal Raggruppamento democratico del popolo centrafricano (Rdpc) di Abdoulaye Miskine e dal Movimento dei liberatori centrafricani per la giustizia (Mlcj) del capitano Boubacar Sabone. Entrambe le formazioni non hanno ricevuto i contributi del programma di smobilitazione, disarmo e reinserimento. Nonostante questa situazione, il portavoce del governo, Fidèle Gouandjika, afferma che le autorità sono sempre pronte a negoziare.

 

 

Parigi non vede

Questi fatti smentiscono, in parte, la dichiarazione fatta dal nuovo ministro francese della cooperazione, Henri de Raincourt, in occasione dei festeggiamenti dei 50 anni d’indipendenza. Secondo il ministro, in Centrafrica si può svolgere una campagna elettorale simile a quella francese o statunitense. Intanto, l’Lra (Esercito di resistenza del Signore), arrivato dall’Uganda, è lontano dall’essere sradicato. Circa 400 membri del gruppo sono arrivati fino a Birao, costringendo l’esercito ugandese a fermarsi intorno alla città di Obo e a mantenere sul posto diverse centinaia di uomini.

 

Nel complesso, ci sono più di 10mila ribelli, un terzo dei quali non ha sottoscritto accordi di pace. Senza contare i bracconieri locali, sudanesi, ciadiani e libici, che organizzano un mercato di trofei nel “triangolo della morte”, dove s’incrociano i confini di Centrafrica, Ciad e Sudan.

 

Questa situazione precaria può spiegare il carattere ostentato della presenza militare francese: i legionari del distaccamento di Boali hanno sfilato nel cinquantesimo dell’indipendenza. Ma i francesi hanno effettivi e mezzi limitati. Sono in 300 e si occupano di addestrare l’esercito centrafricano, di sostenere sul piano logistico la missione di pacificazione della Comunità economica degli stati dell’Africa Centrale (Ceeac) e di garantire la sicurezza dei dintorni di Bangui per un raggio di 100 km.

 

Va rimarcato che l’insicurezza riguarda anche la zona controllata dal governo. A fine novembre, Bangui era ancora sotto choc per l’uccisione, due settimane prima, di un giovane uomo da parte di un sottufficiale della sicurezza del presidente. Per protesta, dei giovani hanno manifestato ed eretto barricate, ma gli uomini della sicurezza hanno aperto il fuoco, ferendone quattro. Niente di sorprendente per un’unità speciale dedita, secondo la stampa locale, al racket e alla repressione brutale. Altro elemento che rischia di influenzare lo svolgimento dello scrutinio è la presenza in tutto il paese di 40mila miliziani dei gruppi di autodifesa creati dal presidente Bozizé.

 

Infine, va notato che lo scorso 6 settembre è iniziata la stagione degli omicidi politici: c’è stata l’uccisione del nipote dell’oppositore Olivier Gabirault, in esilio a Parigi; il corpo è stato ritrovato nella capitale con segni di tortura.

 

 

L’Europa finanzia

Anche supponendo che l’attività dei ribelli sia tenuta sotto controllo durante il voto, rimangono comunque problemi logistici. La maggior parte delle prefetture manca di corrente elettrica e i preparativi al voto sono stati contrassegnati da numerosi incidenti. A fine ottobre, 21 scrutinatori sono stati rapiti dai ribelli della Cpjp. All’inizio di dicembre, 500 agenti della Commissione elettorale indipendente (Cei) della prefettura di Lobate, in attesa del loro compenso, hanno minacciato di boicottare il voto. La stampa locale segnala che sono state modificate le identità di 156 scrutinatori nella città di Boganangone.

 

Se le elezioni saranno trasparenti, si prevede un secondo turno per le presidenziali. Tre gli accreditati alla vittoria: il presidente uscente Bozizé, l’ex primo ministro Martin Ziguélé e l’ex presidente Ange-Félix Patassé. Bozizé ha dalla sua l’apparato dello stato, i mezzi di dissuasione e il merito di aver rovesciato nel 2003 quel Patassé che aveva portato il paese in una situazione disastrosa. Fu Patassé che, per contrastare Bozizé, fece ricorso alle truppe di Jean-Pierre Bemba (Rd Congo), oggi a giudizio davanti alla Corte penale internazionale per i massacri e le violenze sessuali di massa compiute dai suoi uomini.

 

Ma Bozizé ha anche degli handicap. Intanto, ci sono il malcontento sociale e la collera dei commercianti di diamanti, furiosi per la confisca delle loro pietre, voluta due anni fa dal nipote di Bozizé, il luogotenente colonnello Sylvain Ndoutingain, oggi direttore della campagna elettorale del presidente e commissario della compagnia nazionale dell’elettricità (le interruzioni di energia sono all’ordine del giorno nella capitale).

 

L’altro candidato, Ziguélé, può contare sul vantaggio che gli offre il suo profilo di tecnocrate, acquisito presso la Banca per lo sviluppo economico dell’Africa Centrale e in quanto primo ministro. Dispone, inoltre, dell’apparato del Movimento di liberazione del popolo centrafricano (Mplc), che ha sottratto al fondatore Patassé. Ma quest’ultimo, che non teme di definirsi «fratello minore di Gesù Cristo », conta ancora sostenitori al nord e nei quartieri popolari di Bangui. La contrapposizione tra Patassé e Ziguélé, entrambi originari della zona di Carnet e Berbérati, può giocare a favore di Bozizé.

 

Venendo agli altri candidati, il consigliere alla presidenza, Jacob Gbéti, è riuscito a spaccare in due il Raggruppamento democratico centrafricano (Rdc), creato dal defunto presidente André Kolingba, suscitando una dissidenza che ha favorito Bozizé e non il candidato ufficiale dell’Rdc, Émile Gros. Dal canto suo, l’ex ministro della difesa e leader della Nuova alleanza per il progresso, Jean-Jacques Démafouth, sta tentando di convincere l’opinione pubblica di essere l’uomo giusto per mettere mano alla riforma dell’esercito. Il sesto candidato, Justin-Innocent Wilité, può contare solo su un partito creato qualche mese fa: il Congresso africano per la rinascita.

 

In teoria, i giochi sembrano aperti. In pratica, però, tira aria di frode. In provincia, denuncia la stampa indipendente, i prefetti devoti al partito del presiedente, la Convergenza nazionale “Kwa na kwa” (“nient’altro che il lavoro”), s’immischiano nella composizione dei comitati locali della Cei. Lo scorso settembre, Ziguélé, in quanto avversario di Bozizé, ha dovuto subire limitazioni alla sua libertà di movimento nel paese. Nonostante tutto, l’Unione europea ha finanziato il voto con 10 milioni di euro.





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