Il riferimento e l’attenzione alle ricorrenze, a giornate come a quella di oggi, 20 Giugno 2021, giornata mondiale del rifugiato, mi richiamano sempre le parole profonde di padre Ernesto Balducci, profeta della chiesa del Concilio Vaticano II, sul rapporto fra il tempo dell’essere e il tempo dell’esistere.

Non si tratta di una sottile disquisizione filosofica, bensì del rapporto fra i vissuti e le convinzioni profonde del nostro essere e delle nostre decisioni, l’organizzazione della nostra vita e dei nostri impegni, l’assetto culturale, etico, economico, politico, istituzionale delle nostre società e del mondo.

È fondamentale la nutriente relazione fra la profondità delle motivazioni e dell’agire. In questa profondità che storicamente esige responsabilità etica, politica e legislativa adeguate sono collocati i diritti umani: ci si riferisce certamente alla Dichiarazione Universale dei diritti umani e alla nostra Costituzione.

Il diritto di asilo è fra i fondamentali ed è affermato dalla nostra Costituzione, art.10 che prevede che lo straniero al quale sia impedito al suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

È incredibile come ancora manchi in Italia una legge organica che definisca le condizioni di esercizio, anche se la giurisprudenza ha stabilito la possibilità di riconoscere il diritto di asilo allo straniero pure in assenza di una disciplina apposita.

Il riconoscimento del rifugiato è entrato nel nostro ordinamento con l’adesione alla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951 che definisce lo status di rifugiato a motivo di discriminazioni, limitazioni, minacce, pericolo di vita.

Si sa come la convenzione di Dublino del 15 giugno 1990 sulla determinazione dello Stato competente per esaminare la domanda di asilo, andrebbe profondamente modificata superando l’attribuzione al primo stato di approdo.

Continuano rimandi inaccettabili e vergognosi a livello europeo e italiano per cui del nostro Paese la grande questione dell’immigrazione è gestita ancora con la più che dannosa legge Bossi-Fini del 30 luglio 2002! Nessuno l’ha abolita sostituendola con un’altra adeguata e inserendovi opportunamente la questione dei rifugiati. Il percorso per l’ottenimento dello status di rifugiato nei tre gradi di pieno riconoscimento, di status sussidiario o umanitario, non riguarda ugualmente tutti i migranti ma i rifugiati.

Si tratta di 82.4 milioni di persone attualmente in movimento sul nostro pianeta, all’interno dei loro Paesi e costretti a fuggire dagli stessi per via di guerre, violenze e persecuzioni. Numeri in crescita. Nei primi mesi del 2020 le nuove richieste d’asilo all’Unione Europea sono state meno di 200mila, certo anche per le restrizioni e lock-down determinati dalla pandemia.

In Italia nei primi 8 mesi del 2020 sono stati riconosciuti meno di 5.900 benefici fra status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione speciale; in generale un richiedente asilo su 5 ha ottenuto uno dei 3 riconoscimenti. Oggi vivono in Italia circa 208.000 persone rifugiate, all’incirca 3 ogni 1000 abitanti; in Francia il rapporto è di 6 ogni 1000, in Grecia di 8, a Malta di 20. Al 28 settembre 2020 sono 2.978 i nuovi minori stranieri non accompagnati, erano stati 6.251 il tutto il 2019.

Si sa che i numeri indicano volti, nomi, storie di persone. Migliaia e migliaia di loro non hanno potuto formulare la domanda di riconoscimento di rifugiato perché morte nel viaggio, inghiottite dalle acque del Mediterraneo, immenso cimitero a cielo aperto: dall’inizio di quest’anno sono 815 le persone morte nel mare cercando di raggiungere l’Europa.

Ad altre persone, in violazione dei diritti umani, è impedito di rivolgere la domanda: ad esempio alla frontiera greco – turca, a quella croato- bosniaca; ancora ci sono riammissioni illegali fra Italia, Slovenia e Croazia con metodi violenti e repressivi fino alla tortura. È più che mai urgente e indispensabile un radicale cambiamento culturale etico, politico una crescita del senso di appartenenza alla comune condizione umana.

La pandemia dovrebbe insegnare che ci si salva solo insieme. I protagonisti attivi dell’ingiustizia strutturale del mondo, della violazione dei diritti umani, delle violenze, delle guerre, dei disastri ambientali sono ugualmente attivi nei respingimenti, nel freno a progetti di accoglienza dei rifugiati, dei migranti in generale. L’Europa è chiamata una svolta e così l’Italia.

Nella speranza dell’uscita dalla pandemia non si dovrebbe voler tornare come prima, ma  profondamente cambiati. C’è anche la condizione esistenziale di chi è rifugiato ed è ancora nell’utero della madre come la bambina che nascerà fra 20 giorni in una famiglia afgana accolta recentemente nel nostro Centro Balducci di Zugliano (UD) con i corridoi umanitari, proveniente dalla Grecia. Mamma, papà, le due sorelline e noi tutti l’attendiamo. È rifugiata ancor prima di nascere.

Stefano Rodotà, noto giurista e politico italiano scomparso nel 2017, ha scritto: ” La condizione dei rifugiati ci parla della condizione di tutti noi, dell’impossibilità di separare il nostro dal loro destino. Rifugio è una parola antica, nella quale si rispecchiano una esigenza individuale e una responsabilità collettiva. È proprio il difficile intreccio fra questi due piani che ha sempre reso arduo il riconoscimento del rifugiato, con la mai vinta prepotenza dell’esclusione contro l’accoglienza”.

Papa Francesco nel messaggio per la 107esima giornata del migrante e del rifugiato, che sarà celebrata il prossimo 26 settembre, ci invita ad allargare gli orizzonti della famiglia umana verso un “noi sempre più grande” auspicando un futuro delle nostre società a colori, arricchito dalle diversità e dalle relazioni interculturali indispensabili per costruire un’umanità plurale, aperta all’accoglienza e senza l’esclusione di nessuna persona: “Non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità». 

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