Eritrea / Diario di viaggio
La presenza italiana è ancora ben presente nel paese metà caserma e metà prigione: dalle scuole alle imprese alle abitudini alimentari fino agli imprenditori-faccendieri segnalati dai rapporti Onu. Ecco le ragioni che impediscono al nostro paese l’indifferenza per quel che accade nel Corno d’Africa.

Da novembre Lufthansa ha sospeso i collegamenti con Asmara. Qualche settimana prima, l’Eritrean airlines aveva interrotto il servizio perché, così pare, fallita. Il collegamento tra il paese del Corno e l’Europa è ora nelle mani di EgyptAir, con un volo bisettimanale. Eppure, l’isolamento del paese non interessa tutta la popolazione, ma gli eritrei della diaspora che, con il passaporto ottenuto nel passato, possono entrare e uscire dal paese, la compagine politico-militare e quella dei businessmen, che abitualmente, però, si recano in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi o in paesi africani per affari o per procurarsi ciò che non si trova nel paese (servizio sanitario, medicinali, apparecchi elettronici, beni di lusso) servendosi di Nasair, una compagnia privata, o di quella yemenita. Interessa anche la sparuta schiera di diplomatici occidentali delle ambasciate che è rimasta (Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Norvegia, Svizzera, delegazione europea, Onu), gli insegnanti della scuola italiana, alcuni missionari, qualche nostalgico imprenditore italiano, alcuni industriali arrivati negli ultimi anni.

Tutti gli altri non hanno il diritto di volare e molti non ce la fanno neppure a fuggire via terra. Vivono una vita di stenti, dove il cibo ha costi troppo elevati o è razionato (distribuito con una sorta di tessera annonaria), dove mancano l’elettricità, l’acqua, i medicinali e qualunque altro genere di consumo, che non siano quelli ricavati da materiali riciclati e, ora, quelli cinesi provenienti dalle frontiere sudanesi. Da quando il commercio import-export si è fortemente contratto e il governo eritreo rifiuta gli aiuti umanitari, tutto scarseggia.

Atterriamo ad Asmara, la città “italiana” costruita in periodo coloniale sull’altopiano eritreo, a circa 2.400 metri di altitudine, ma i controlli di polizia all’aeroporto, seppure meticolosi, non lasciano presagire lo stato di polizia che vige nel paese. La vera sorpresa è all’uscita dall’aeroporto. Diversamente da quanto accade nella maggior parte degli aeroporti africani, nessuno ci avvicina, nessuno si ammassa contro i cancelli, nessuno si offre di portare le valigie. Sotto la luce fioca dei lampioni – che soffrono sempre di un livello limitato di elettricità – si presenta ai nostri occhi una schiera di persone, distante diversi metri dai cancelli, completamente immobile, silenziosa, composta. Cerchiamo di individuare la nostra guida che solo dopo alcuni minuti si avvicina con sicurezza. Si tratta di un distinto signore di mezza età che, in perfetto italiano, chiede notizie sul viaggio e si sorprende del solo bagaglio a mano. Lavora presso l’agenzia di viaggi statale che semplifica la procedura del rilascio da parte del ministero del turismo del permesso necessario per visitare le poche altre località consentite in aggiunta ad Asmara e che, oltre a guidarci, scopriremo ha il compito di controllare i nostri contatti.

 

Tracce di italianità

Asmara (nella foto, la festa copta del Meskel) è una città sospesa nel tempo: bella, evocatrice, in dissoluzione e senza alcuna traccia di futuro. Pensata come “città modello”, è costellata di architetture che vanno dallo stile romanico della cattedrale all’ardito futurismo del periodo fascista. Le eleganti ville, come Villa Roma attuale residenza dell’ambasciatore italiano, le industrie dismesse, come la stazione di servizio Fiat-Tagliero, i luoghi di svago e di cultura, quali i teatri, i cinema, le sale da biliardo, i circoli di ritrovo ma soprattutto la Casa degli Italiani rinviano a plurimi stili resi complementari con l’assunzione di una metrica estetica evocatrice dell’italianità. L’eredità coloniale è evidente anche nelle numerose scritte, nelle insegne di bar e negozi, nei segnali stradali, seppure gradatamente stiano scomparendo, sostituite da nomi inglesi. Una italianità presente pure nelle abitudini alimentari (espresso, spaghetti, lasagne, pizza), nei mezzi pubblici (autobus con scritte “ATAC” o “ATM”), nelle auto (vecchie Fiat Uno, Tipo, 127, ma anche le ormai storiche 600).

Di quel tempo, oggi sono ancora funzionanti: le strade con i numerosi tornanti per contrastare la pendenza dell’esasperata morfologia dell’altopiano e il dislivello che lo separa dalla piana che raggiunge Massaua; l’acquedotto che richiede interventi di ampliamento e di manutenzione giacché non soddisfa più i bisogni e mette a rischio la stessa salute della gente; le vecchie centrali elettriche, le uniche funzionanti nel paese, che man mano che si guastano, non essendo rimpiazzate, riducono l’elettricità generata. Così è abituale girare per le città al buio, non contare sul funzionamento dei frigoriferi, sulla presenza costante dell’acqua, e gran parte dei negozianti s’ingegna con gruppi elettrogeni autonomi, piazzati sul marciapiede davanti alle loro vetrine.

 

Controllo capillare

Ma ciò che nelle città si percepisce come la privazione più acuta è la libertà d’informazione, di movimento e la possibilità di avere un futuro. Mediante arresti arbitrari, servizio militare (chiamato “nazionale”) illimitato, giustificato dal rischio di fantomatici attacchi dai paesi confinanti, la popolazione è sottoposta a un controllo basato su un capillare servizio di spie che la tengono in uno stato di terrorismo psicologico visto che non esiste uno stato di diritto.

Per la maggior parte dei giovani la fuga è la sola scappatoia. In Eritrea si capisce chi siano coloro che tentano ad ogni costo di ottenere lo status di rifugiato politico che erroneamente e superficialmente i media italiani chiamano immigrato. Il rifugiato politico è chi fugge da una situazione insostenibile, senza scampo né futuro ed è disposto a mettere a repentaglio la vita, non solo perché questa è già a rischio, ma per interrompere lo stato d’impotenza a cambiare le cose e l’angoscia del vivere in tale condizione. Da più di vent’anni il presidente Isaias Afwerki ha trasformato il servizio di sicurezza in un grande fratello faraonico, guardiano di uno stato metà caserma e metà prigione.

Giovedì 3 ottobre, quando ad Asmara giunge la notizia (tramite il satellitare, e diffusa dal passa parola) che un gran numero di eritrei si trovava sul barcone affondato al largo di Lampedusa, la nostra stessa guida, che aveva il compito di sorvegliarci, con preoccupazione ci manifesta l’angoscia delle famiglie nell’ignorare se il proprio figlio, cugino, parente sia tra i profughi.

Il sogno collettivo è raggiungere l’Italia, sia perché è la porta dell’Europa, sia Lamerica del film di Gianni Amelio, ossia un eldorado favoleggiato, di cui, in questo caso, si conoscono già le regole di funzionamento poiché sperimentate a casa propria. Gli eritrei in patria hanno scuole, biblioteche, fabbriche italiane. Vivono in città italiane. Conoscono il cibo italiano. Ascoltano la messa celebrata in italiano. La stessa miseria è italiana: non si tratta di quelle povertà, fame, indigenza presenti in altre parti dell’Africa dove persistono i valori tradizionali di solidarietà che impediscono che l’individuo sia lasciato del tutto solo. Qui si è in presenza di una popolazione urbana, preparata a vivere e a comportarsi come cittadini, a rapportarsi ai nostri valori per condividerli, che ha acquisito il nostro stesso grado d’individualismo. Questa è la profonda differenza.

Ed è per questo motivo che l’Italia, ora, non può trattare la questione eritrea come se riguardasse un qualsiasi paese o come se il suo ruolo fosse lo stesso di qualsiasi altro paese europeo. Questo perché, nonostante le espulsioni attuate dal governo e la pressione crescente delle comunità cinesi che si sono installate recentemente, la comunità e le istituzioni italiane sono ancora riconoscibili e contribuiscono al funzionamento dell’Eritrea.

 

Sistema scolastico

La scuola italiana di Asmara, per esempio, prepara agli studi universitari riunendo tutti i livelli formativi – dalla scuola dell’infanzia alla media di secondo grado –, permettendo agli studenti di conseguire il diploma di ragioniere o di geometra. L’istituto accoglie circa 1.300 studenti, il 90% dei quali è eritreo e il restante 10% di varie nazionalità. Ha un’ottima fama in tutta la regione africana orientale, tant’è che spesso i giovani eritrei si diplomano ad Asmara e, in mancanza di università nel paese, giacché sono state chiuse e sostituite da college militari, tentano di espatriare e praticare tali professioni altrove. La scuola ha personale docente italiano di ruolo, comandato a svolgere la propria mansione all’estero dal ministero affari esteri, sotto lauto compenso e incentivi vari. Gli insegnanti, che in media rimangono un periodo di qualche anno, svolgono, inoltre, un’azione di diffusione della cultura italiana, pubblicando libri e organizzando eventi.

Esiste un eccellente centro di documentazione dei padri pavoniani. La biblioteca, specializzata sull’Africa orientale e composta da numerosi volumi, si è ampliata negli anni mediante i lasciti bibliotecari di quegli italiani che hanno abbandonato il paese dopo l’indipendenza, quando le loro aziende sono state confiscate e nazionalizzate.

Visitiamo la sede di “DolceVita”, un cotonificio fondato nel 2004 dal Gruppo Zambaiti, recuperando una fabbrica ormai fatiscente creata in periodo coloniale dalla famiglia Barattolo di Napoli. Si tratta di una ditta gestita da bergamaschi che, nel corso di una decina d’anni, hanno impostato due fasi della lavorazione del cotone: la produzione di filati, tramite l’importazione del cotone dall’Africa orientale che sono, in seguito, spediti in Europa, prevalentemente in Italia; la produzione di capi di abbigliamento, soprattutto camicie, tramite l’importazione di tessuti dall’estero, la creazione di modelli e la manutenzione dei macchinari (da parte di personale immigrato, attualmente romeno, turco e indiano) e l’utilizzo di personale operaio locale. Tale produzione è commissionata da grandi distributori europei e asiatici che commercializzano il “made in Italy” nel mondo.

Le operaie, circa 800, sono principalmente donne, soprattutto giovani madri (la fabbrica è attrezzata con un asilo nido per i loro bambini) poiché costituiscono la manodopera che offre più garanzie. Infatti, il principale problema nell’impiego di manodopera locale, ci spiega il direttore, è l’abbandono del posto di lavoro: le operaie si adattano alla catena di montaggio per un periodo limitato dopo di che ritornano ai villaggi o vivono delle rimesse inviate dai parenti all’estero. Tenuto conto che in Eritrea la fascia di popolazione attiva tra i 20 e i 40 anni scarseggia sia per il prolungato servizio militare (dal quale le donne sono esentate nel caso abbiano prole) e la fuga all’estero, questo costituisce un intoppo alla delocalizzazione attuata.

 

Rapporti oscuri

Si potrebbero annoverare molte altre aziende e strutture che hanno progetti in corso o terminati da poco. La Cgil è impegnata in progetti di formazione per gli insegnanti o in quelli riguardanti i diritti dei lavoratori (esiste il sindacato unico e di regime, il Ncew). C’è poi una ciurma di faccendieri, sembra, implicati nei traffici di armi e nel sospettato armamento del governo eritreo. Il Rapporto del Gruppo di monitoraggio di Somalia ed Eritrea del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presentato al Palazzo di Vetro il 19 giugno 2013 (www.un.org/sc/committees/751/mongroup.shtml) rileva numerose violazioni dell’embargo delle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e dà informazioni sui materiali e sull’assistenza tecnica provenienti da numerosi individui ed entità commerciali domiciliate in Italia. Afferma, inoltre, che il governo italiano non ha fornito informazioni aggiuntive su tali aspetti nonostante il Gruppo abbia incontrato i rappresentanti all’Onu a febbraio 2013, abbia inviato corrispondenza ufficiale in diverse occasioni al governo e si sia recato a Roma il 25 febbraio 2013 per un incontro ufficiale.

Insomma, anche a livello internazionale l’Italia è chiamata in causa. E non solo dall’Onu. In Europa c’è chi pensa che l’Italia dovrebbe fare di più anche a proposito dei recenti sbarchi di rifugiati nel tentare un dialogo con il governo eritreo. È urgente l’intervento di Roma sia perché l’Eritrea è parte dell’Accordo di Cotonou, che prevede un dialogo politico costante in cambio di sostegno allo sviluppo, sia per non esimersi dal chiarire le opache vicende del presente.