Da Nigrizia di aprile 2009
L’incubo e la maschera.
Un regime e un leader che sanno ben rappresentarsi, che si fanno scudo del macello del 1994 e che si propongono come la sola via d’uscita. Nei fatti, esercitano un controllo militare su tutto e su tutti (specie sulla storia recente), decidono a priori chi è carnefice e chi vittima, promettono benessere diffuso, mentre vedono e favoriscono solo l’etnia tutsi.

Il 6 aprile 1994 l’aereo su cui viaggiavano Juvénal Habyarimana, presidente del Rwanda, e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi, veniva abbattuto da un missile terra-aria. Habyarimana stava tornando a Kigali dalla Tanzania, dopo un ennesimo round del negoziato fra governativi e ribelli per una tregua nella guerra civile. Quell’assassinio diede inizio al genocidio, in cui avrebbero perso la vita 800mila persone, tutsi e hutu moderati. Che ne è del Rwanda oggi, 15 anni dopo quella follia?

Il Rwanda costituisce ancora una pietra d’inciampo per l’opinione pubblica internazionale. Al 6 aprile di quest’anno il paese ci arriva con l’inglese dichiarato, a spese del francese, lingua ufficiale della repubblica, oltre al kinyarwanda. Si tratta di una rottura radicale con la tradizione post-coloniale. Ma si sa: Paul Kagame, il presidente, non ha mai parlato francese; la sua formazione scolastica era avvenuta in Uganda, paese anglofono.

I rapporti tra Kigali e Parigi, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche nel novembre 2006, rimangono tesi, nonostante gli sforzi di Bernard Kouchner, ministro degli esteri di Sarkozy. Il regime responsabile del genocidio, è risaputo, era sostenuto dalla Francia. Ed ecco che, invece di riconoscere i fatti e chiederne scusa, la giustizia francese ha emesso mandati di cattura internazionali contro Kagame e nove suoi fedelissimi. «Noi africani non tolleriamo più questa arroganza», è stata la risposta del presidente rwandese.

A un visitatore occasionale, il Rwanda appare un paese normale, in cui i diritti umani sono rispettati. Paul Kagame è dal 2000 il presidente di un Rwanda apparentemente riconciliato, ma ancora profondamente segnato da un genocidio su base etnica che il mondo occidentale e l’Onu fecero finta di non vedere. Ma se poi scavi al di là dell’apparenza, anche solo un po’, scopri che il governo esercita sulla popolazione un controllo tra i più severi, non solo sull’agire delle persone ma anche sul loro pensiero. La popolazione, infatti, è suddivisa in cellule (gruppi di 50 famiglie), pattugliate da un’unità di difesa locale, cioè cinque persone armate, con il solo scopo di controllare le azioni di ciascuno. Quasi a voler mantenere un clima di terrore. Amare sono le conclusioni cui è arrivata la Rete internazionale per la promozione e la difesa dei diritti dell’uomo in Rwanda, che ha studiato la situazione dei diritti umani nel paese dal 2000 al 2007: «La deriva totalitaria del regime è inarrestabile, la discriminazione etnica raggiunge il culmine, le libertà pubbliche e i diritti fondamentali sono costantemente violati, la giustizia popolare divide i cittadini tra vincitori e vinti». Del genocidio, infatti, anche quest’anno, come sempre in passato, vengono commemorate solo le vittime tutsi.

Nel suo Rapporto sui diritti umani nel 2007, il Dipartimento di stato americano scriveva che in Rwanda «il bilancio del governo sui diritti dell’uomo resta debole, e ci sono casi di abusi gravi. Si nota un aumento di esecuzioni extragiudiziarie, di arresti e di detenzioni arbitrarie da parte dei servizi di sicurezza». E ancora: restrizioni sono imposte alla libertà d’espressione, con violazioni della libertà di stampa, al punto che la società civile e i giornali praticano l’autocensura.
I crimini impuniti rimangono numerosi, proprio mentre il governo non cessa di vantare il suo impegno rivolto alla giustizia e alla riconciliazione.

Giustizia popolare
Nel 2001 si erano lanciati ufficialmente i gacaca (pr. gaciacia), nome rwandese per indicare il tribunale comunitario del villaggio. Il termine gacaca si può tradurre in italiano con “tappeto erboso”, cioè il luogo dove ci si riunisce. All’origine, questi tribunali permettevano di regolare i conflitti con i vicini o all’interno delle famiglie. Erano molto lontani dalle pratiche giuridiche moderne. Si trattava di assemblee di villaggio, presiedute dagli anziani, in cui ciascuno poteva prendere la parola. Nonostante lo stato di diritto del Rwanda, questi tribunali sono stati riattivati per accelerare il processo di alcune centinaia di migliaia di persone, accusate di aver preso parte al genocidio.

Quando i gacaca sono stati ripristinati, erano 130mila i prigionieri rinchiusi nelle carceri rwandesi in attesa di giudizio: alla giustizia rwandese sarebbero stati necessari 200 anni per giudicarli! Scopo dei gacaca: favorire la verità e la riconciliazione sul genocidio del 94.
Le cose, però, non sono andate come si sperava. In seguito a nuove condanne, dal marzo 2006 al giugno 2007 il numero dei prigionieri è cresciuto del 30%. L’esperienza ha dimostrato che, contrariamente al gacaca tradizionale che non giudicava ma riconciliava, il gacaca moderno non fa che alimentare risentimenti e divisioni. Ci sono state pressioni politiche, intimidazioni di testimoni, attentati alla presunzione d’innocenza e punizioni collettive. L’imparzialità dei gacaca è stata, quindi, messa in discussione e la popolazione nutre una diffidenza generalizzata nei loro confronti. La ricerca della giustizia e della verità rimane difficile, e risulta difficile anche una vera riconciliazione.

Finché i crimini di guerra del Fronte patriottico rwandese (Fpr), al potere dal 1994, non saranno giudicati e puniti, la gente resterà convinta che non c’è giustizia e che si è, pertanto, lontani dalla riconciliazione. Il problema è che per il regime di Kigali i crimini commessi dal Fronte non esistono nemmeno. Kagame riconosce una sola categoria di vittime del genocidio: i tutsi. I crimini, gli atti di vendetta o di rappresaglia perpetrati dai militari dell’Fpr non vengono giudicati dai gacaca. In generale, gli autori di quei crimini non sono mai stati disturbati; anzi, talora sono stati promossi a gradi superiori e oggi occupano posti importanti nelle alte istituzioni dello stato. E se è vero che alcuni sono stati condannati, le pene sono sempre state simboliche… e non le hanno necessariamente espiate in prigione. Due esempi. Il generale Fred Ibingira, principale responsabile dei massacri di Kibeho, dove nell’aprile 1995 perirono migliaia di persone, è stato condannato a 18 mesi di prigione, che ha espiato però sul fronte nell’Rd Congo. Anche il generale Karake Karenzi è rimasto impunito ed è stato promosso vice comandante delle forze di mantenimento della pace in Darfur.
Human Rights Watch (Hrw) parla di pressioni dell’esecutivo sui giudici e di impossibilità di garantire equità nei processi. E se l’abolizione della pena di morte è un fatto dal 2007, essa è però controbilanciata dall’introduzione della reclusione a vita in isolamento carcerario, «un trattamento crudele e inumano» (Hrw).

Centro e periferia
Chi arriva oggi a Kigali rimane meravigliato della “modernità” della città. La capitale, che al momento dell’indipendenza (1962) contava solo alcune migliaia di abitanti, oggi ne conta più di 800mila. È una delle città più belle, più pulite e più sicure d’Africa, tanto da sembrare una città occidentale, dove tutto è chic, o addirittura da far credere di trovarsi in Cina o in Dubai. È abitata dalle famiglie della nuova media e alta borghesia, che non temono di ostentare ricchezza: una ricchezza in mano agli africani, non ai bianchi. Questi nuovi ricchi sono i beneficiari del boom economico: riconosciuti come fedeli servitori del governo, sono stati ricompensati con incarichi dirigenziali ben retribuiti nelle imprese private e nell’amministrazione pubblica. Senza dimenticare che ci sono anche i soldi del coltan e dei diamanti “rubati” nella vicina Rd Congo.

Ma la città respinge chi non riesce a stare al passo con i suoi tempi. Nel centro del paese la ruota del progresso gira così in fretta che la periferia non riesce più a tenere il passo. Così, se solo ci si sposta di pochi chilometri verso l’interno, balza subito agli occhi che la maggioranza degli abitanti delle campagne è costretta a sopravvivere con quello che producono i piccoli campi coltivati. E molti agricoltori non sanno se domani avranno ancora da mangiare. Una lettera scritta a Nigrizia da una volontaria italiana impegnata in Rwanda parla di «un paese equatoriale, ma chiuso nel ghiaccio».

È qui che appaiono vere le cifre offerte dall’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo: il 62% della popolazione rurale vive nella povertà, con meno di mezzo dollaro al giorno. Secondo il rapporto, il Rwanda è tra i paesi con maggiori disuguaglianze al mondo: il 20% più ricco detiene più del 50% del Pil, mentre il 20% più povero dispone solo del 5%; un terzo della popolazione soffre di carenze alimentari e la speranza di vita si ferma a 44 anni, tra le più basse al mondo. E se l’80% della popolazione vive di agricoltura, a quel settore non va che il 3% del bilancio dello stato, ben lungi dal 10% raccomandato dalla Fao! Facile pensare che sia la maggioranza della popolazione, cioè gli hutu, a soffrire di più.

Sempre in armi
All’esercito va il 13% del Pil e anche il 10% degli aiuti internazionali. E tutti sanno che l’esercito, composto di 50mila uomini, è costituito per il 90% di militari della minoranza tutsi. È un esercito molto disciplinato e ben equipaggiato, come vuole il suo capo, il generale-presidente. Un simile esercito, con il pretesto di lottare contro gli interahamwe (ex soldati rwandesi accusati di genocidio rifugiati nell’Rd Congo), continuerà a fare le sue scorribande al di là del confine, in terra congolese, ogni volta che si tratterà di difendere i propri interessi e continuare le proprie rapine delle ricchezze del paese limitrofo. Ma è proprio qui che il modello Kagame rivela di portare in sé i germi di future catastrofi. Chi concede aiuti al regime (come l’Unione europea, ma non solo) non dovrebbe ignorare questo.

Sono in molti oggi a chiedersi: non è che, per caso, le cattive condizioni di vita imposte alla maggioranza hutu (malnutrizione, mancanza di assistenza sanitaria, prigione, decessi precoci…), mentre i tutsi godono di tutto (possesso della terra, educazione, salute, benessere, longevità…), altro non siano che un “genocidio” molto sottilmente pianificato e altamente sofisticato, di cui nessun straniero, soprattutto se occidentale, s’accorgerebbe?

Per rimanere in sella, il regime di Kagame continua a sfruttare l’ideologia genocidaria. Gli assassini sono tutti hutu e le vittime tutte tutsi: questa la versione ufficiale. Ma si sorvola sul fatto che gli “scarafaggi” (come i tutsi definivano sé stessi, prima che il termine inyenzi diventasse dispregiativo sulla bocca dei genocidari hutu), dopo aver cacciato i contadini dalle loro terre nel nord del paese fin dal 1991, quando erano rientrati dall’esilio ugandese con la brutalità a tutti nota, erano avanzati verso la capitale massacrando la popolazione hutu, senza permetterle scampo.

Kagame ha annunciato il progetto di voler costruire un paese stabile ed economicamente florido per il 2020. Con i suoi 9 milioni di abitanti, il Rwanda è il paese africano con la più alta densità di popolazione. Le derrate alimentari scarseggiano, non solo perché il governo “sequestra” terre per produrre derrate – come tè e caffè – da esportare, ma anche per la semplice pressione demografica, che riduce sempre più le superfici coltivabili. E nessuno sa come risolvere il problema.

Nella classifica dell’indice di sviluppo umano (Isu), il Rwanda è molto in basso (165° su 179 paesi). Ma il sogno del presidente è confortato da una forte crescita dell’economia che da alcuni anni è in pieno boom e che ha visto per il 2008 un aumento del Pil pari al 6%. In Africa solo paesi esportatori di materie prime, come l’Angola, registrano tassi superiori.

Il Rwanda ha cominciato ad attirare l’interesse delle grandi multinazionali. Nel paese sono benvenuti cinesi, arabi, statunitensi, tedeschi, britannici. Kagame sa come attirare gli investimenti ed è riuscito a ridurre di molto la corruzione. La sua disciplina rassicura e a molti investitori appare lungimirante, a differenza di troppi politici corrotti del continente.
Il presidente scommette sul miracolo economico per scacciare i fantasmi della storia. Enormi sono gli aiuti internazionali che affluiscono in Rwanda. Il 49% del bilancio dello stato è finanziato da donatori stranieri. Eppure Kagame ragiona come un emulo del carismatico capitano burkinabè Thomas Sankara e i suoi discorsi sono tutti intrisi di orgoglio africano:«Il Rwanda deve liberarsi da chi vuol dettargli legge, stabilendo ciò che è bene per noi».

L’astuzia, la capacità decisionale, la lungimiranza, l’incorruttibilità e la frugalità di cui Kagame dà prova quotidiana, fanno ben sperare. Ma la sua volontà di potenza, la freddezza, la profonda diffidenza nei confronti di buona parte del suo stesso popolo e l’immagine che dà di sé stesso (che confina con l’infallibilità) potrebbero annunciare, dopo la speranza, la delusione.
Perché, se tutti sanno che il Rwanda non può costruirsi senza riconciliarsi, la riconciliazione non può farsi in un clima di terrore, così come la maggioranza della popolazione sta sperimentando.

Per approfondire:

Storia giudiziaria infinita, di Francois Misser
Il tribunale penale internazionale di Arusha presenta un bilancio con luci e ombre, ma con tutta probabilità si vedrà prolungato il mandato. A giugno dovrebbe chiudersi l’esperienza dei gacaca, i tribunali popolari rwandesi.

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