Da Nigrizia di dicembre 2010: dopo gli scontri a Gdeim Izik
Militari marocchini hanno spazzato via il “Dignity Camp”, dove si erano accampati oltre 20mila sahrawi, che protestavano per le discriminazioni subite. Molti i morti e i feriti. Incrinate le speranze per una via pacifica alla soluzione del conflitto, che dura dal 1975. Il racconto di un giornalista che ha visitato quel campo pochi giorni prima dell’assalto.

«I soldati marocchini sparavano lacrimogeni ad altezza d’uomo. Davano fuoco alle tende. Hanno arrestato decine di sahrawi, facendoli sparire».

Mohamed ha la voce rotta dal pianto, mentre racconta per telefono quello che ha visto la mattina dell’8 novembre scorso a Gdeim Izik, l’accampamento sorto a circa 12 km a est di El Aiun. Qui si erano ritirati, in una sorta di Aventino, oltre 20mila sahrawi, la popolazione originaria del Sahara Occidentale occupato dal Marocco. Protestavano contro le discriminazioni subite in materia di accesso al lavoro, allo studio e alla casa. Puntavano il dito contro il saccheggio delle ricchezze di questa terra, fosfati e pesca, soprattutto. Rivendicazioni socioeconomiche, insomma, mentre l’annosa questione dell’autodeterminazione rimaneva volutamente sullo sfondo.

Le prime jaimas – le tradizionali tende dei nomadi – erano state piantate la mattina del 10 ottobre (10-10-2010, ore 10, quasi un ossequio alla cabala). Dopo un mese, erano diventate 8mila. Un blitz di poche ore da parte dell’esercito marocchino ha represso nel sangue quella che rimarrà celebre come la più grande manifestazione dei sahrawi dai tempi dell’occupazione di Hassan II, nel 1975.

Al suolo, secondo fonti vicine al fronte di liberazione nazionale, Polisario, sarebbero rimaste almeno 13 vittime tra i civili e 5 tra i militari marocchini, oltre a diverse centinaia di feriti. Rabat, nel momento in cui scriviamo, conferma un solo morto sahrawi, Mahmud Gargar. Ma chi era presente descrive scene da guerra civile. «La situazione è precipitata domenica 7 novembre, quando migliaia di militari marocchini, in assetto antisommossa, e centinaia di mezzi blindati si sono diretti verso Gdeim Izik», racconta ancora Mohamed, che era nell’accampamento al momento dell’ingresso delle truppe. «L’esercito, attraverso altoparlanti, ha intimato a donne e bambini di lasciare il campo. Intanto, nel barrio della Matalla venivano rovesciati veicoli in cui scriviamo, conferma un so e bruciati copertoni, per creare barricate. Ho visto con i miei occhi alcuni soldati aprire il fuoco».

Il “Dignity Camp”

Nel “campo della dignità”, come era stato soprannominato, eravamo riusciti a entrare il 1° novembre, solo una settimana prima del raid. Grazie a un sotterfugio, avevamo eluso i tre consecutivi posti di blocco marocchini, l’ultimo dei quali si trovava in corrispondenza di un muro, tirato su velocemente alla fine di ottobre per accerchiare l’intero campo. Circa mezz’ora di viaggio, nascosti sotto una coperta sul fondo di un furgone, gremito di donne, uomini e bagagli. Difficile immaginare che saremmo stati tra gli ultimi a entrare a Gdeim Izik. E che, di lì a qualche giorno, l’esercito di re Mohamed VI avrebbe fatto irruzione nel campo, scatenando la guerriglia per le strade di El Aiun.

«Questa è la nostra unica possibilità », spiegava Daich Edafi, membro di uno dei tre comitati interni con cui il campo si autogestiva, quello diplomatico. «È l’unico modo per richiamare l’attenzione sulle nostre rivendicazioni». All’ingresso, una piccola costruzione in cemento ospitava l’infermeria: poco più di un mucchio di medicinali accatastati sulla sabbia. Vicino, un improvvisato cimitero di fuoristrada, colpiti alle gomme e alle fiancate dai proiettili marocchini. Come quello su cui, il 24 ottobre scorso, viaggiava Nayem El Garhi, un ragazzino di 14 anni, morto per le ferite riportate. Una lunga fila di donne, munite di bidoni, preannunciava un pozzo e due autocisterne per l’approvvigionamento d’acqua. Poco distante, anche una discarica per l’immondizia e le toilette, ricavate in un’area riparata dai cespugli.

«È in atto un embargo», osservava Bashir, del comitato delegato alla gestione delle questioni pratiche, dalla spazzatura ai rifornimenti. «I soldati marocchini vogliono farci capitolare, prendendoci per fame e per sete. Ma non ce la faranno».

L’entusiasmo strozzato

Alla scarsità dei viveri, di certo, faceva da contraltare un entusiasmo tangibile, diffuso. La sensazione era che, grazie a quell’inedita e pacifica forma di protesta, finalmente qualcosa potesse accadere anche per il Sahara Occidentale, l’unico stato non ancora decolonizzato d’Africa. Tra le tende il gesto più ricorrente erano le due dita alzate, in segno di vittoria. «Abbiamo la sensazione di vivere in un pezzetto di Sahara libero. Di essere per la prima volta padroni del nostro destino», confidava ancora Bashir.

Quella sensazione è svanita all’alba dell’8 novembre scorso, lo stesso giorno in cui, a New York, andava in scena il terzo round di negoziati tra il Fronte Polisario e il governo di Rabat, davanti all’inviato speciale delle Nazioni Unite, Christopher Ross. Sul tavolo, come sempre, il referendum per l’autodeterminazione del popolo sahrawi, proposto dall’Onu già a metà degli anni Sessanta – quando il Sahara era ancora una colonia spagnola – e mai tenuto. Ma il Marocco si oppone. L’unica proposta di Rabat resta una larga autonomia, senza però pregiudicare la sua sovranità sul territorio. Dopo il sangue di Gdeim Izik, le parti sembrano oggi più lontane che mai.

 

Intervista, 1 / Asafari, presidente del Corelso, oggi arrestato

 “Le contraddizioni di Rabat”

«Immaginate due uomini, ognuno con un dito dell’altro tra i denti. Entrambi mordono, ma non vogliono mollare la presa per primi». Così Ennaama Asfari spiegava il braccio di ferro in atto tra Marocco e popolo sahrawi sull’accampamento di Gdeim Izik. Copresidente del Corelso, il Comitato per il rispetto delle libertà civili e dei diritti umani nel Sahara Occidentale, Asfari era stato tra i primi ad accoglierci nel Dignity Camp. L’hanno arrestato la sera del 7 novembre scorso, alla vigilia del blitz che ha posto fine alla contesa.

Secondo fonti sahrawi, sarebbe stato interrogato e malmenato dall’intelligence marocchina fino a perdere i sensi. Un trattamento simile a quello che venne riservato ad Aminatou Haidar, la “Gandhi del deserto”, nel 2005. Su di lui pende l’accusa di essere tra gli organizzatori della protesta campale di El Aiun. «Si tratta di una protesta sociale – ci raccontava all’interno del campo. – Vogliamo richiamare l’attenzione internazionale sulle prevaricazioni che i cittadini sahrawi sono costretti a subire. È chiaro che la base delle nostre rivendicazioni socio-economiche non può essere la stessa dei lavoratori marocchini di Rabat, Marrakech o Casablanca. Qui ci troviamo in una situazione particolare, dato che questo è uno stato che non esiste ed è occupato dal Marocco. L’autodeterminazione, però, non è una materia che possiamo trattare noi. Di quella devono occuparsi i nostri rappresentanti, cioè il fronte Polisario». Quarant’anni circa e un buon francese, Asfari è espressione di una nuova generazione di attivisti sahrawi, nati e cresciuti sotto l’occupazione marocchina. E che, dunque, cercano di trovare nuove forme di azione politica, non certo alternative alla via dell’indipendentismo. Il campo di Gdeim Izik, nella sua originalità, voleva essere una di queste. Ancora Asfari: «È una mobilitazione pacifica, che avrà successo se riuscirà a mettere in evidenza le contraddizioni del governo di Rabat». (G.M.)

 

Intervista, 2 / Essayda El Garhi, sorella di Nayem El Garhi

“Ferito, picchiato, ammazzato. Era solo un ragazzino”

«Nessun funerale, finché non salterà fuori il corpo di mio fratello». È determinata a chiedere e ottenere la verità Essayda El Garhi, sorella di Nayem El Garhi, il ragazzo ucciso dal fuoco dell’esercito marocchino, nel pomeriggio di domenica 24 ottobre.

Nayem aveva 14 anni e stava raggiungendo il campo di Gdeim Izik a bordo di un’auto, su cui viaggiavano altre cinque persone, tra cui suo fratello Zubayr. I soldati hanno aperto il fuoco sul veicolo, uccidendo Nayem e ferendo gli altri passeggeri. Secondo la versione ufficiale fornita dalle autorità marocchine, i militari avrebbero risposto al fuoco proveniente dal mezzo. Ma la famiglia del giovane smentisce categoricamente: «Come potevano essere armati? Erano solo dei ragazzini», afferma Essayda.

La donna ci dedica alcuni minuti a casa sua, alla periferia di El Aiun. Poco dopo, dovrà recarsi all’ospedale militare, dove è ancora ricoverato Zubayr, l’altro fratello, assieme ad altri due dei feriti nella sparatoria. I restanti due, Alaoui Salek e Ahmed Hammadi, sono invece stati trasferiti nel carcere di El Aiun. «Nayem era tornato in città in cerca di cibo», ricostruisce Essayda, stringendo a sé una foto del ragazzo, poco più che un bambino. «Al ritorno verso il campo, l’esercito marocchino ha iniziato a sparare. Hanno continuato a picchiarli con i fucili, nonostante fossero feriti. Per mio fratello non c’è stato nulla da fare. Non sappiamo neppure dove sia il suo corpo. Lo hanno fatto sparire. Crediamo che l’abbiano seppellito di notte, per evitare un funerale a cui avrebbero partecipato tutti i sahrawi di El Aiun». La famiglia di Nayem ha già presentato una denuncia al tribunale cittadino. Essayda si è rivolta anche alla Corte militare di Rabat. Ma senza risultato. «Il procuratore del re non ha voluto accettare la mia denuncia. Mi ha liquidato con qualche insulto. Ma non ci fermeremo. Lancio un appello alla comunità internazionale, perché costringa il governo marocchino a dire la verità». (G.M.)  

 

Mohammed IV mostra la sua debolezza

Una svolta nella repressione

Un anno fa, lo sciopero della fame a oltranza di Aminatou Haidar, espulsa dal Sahara Occidentale occupato dal Marocco, aveva abbattuto il muro di silenzio sulla questione sahrawi. Aminatou aveva dato scacco a Mohammed VI, obbligandolo a riammetterla senza condizioni.

Da allora il re ha accentuato la repressione. Dai territori occupati giungono ogni giorno notizie di persone massacrate, intimidite con ogni mezzo. I difensori dei diritti umani, dopo le violenze subite, sono sbattuti regolarmente in galera. I processi si svolgono senza garanzie, non solo per gli accusati, ma anche per gli osservatori.

Mohammed VI non vuole testimoni. Il 5 novembre scorso due giornalisti spagnoli sono stati buttati fuori a calci e a pugni dal tribunale, dove si sarebbe dovuto tenere il processo ai 7 sahrawi arrestati nell’ottobre 2009 a Casablanca, al ritorno dai campi profughi in Algeria, rei di aver visitato i propri familiari. Con lo sgombero manu militari, l’8 novembre, dell’accampamento di Gdeim Izik si è avuta la svolta. Riprendendo i metodi cari al padre Hassan II, Mohammed VI ha scatenato una violenza assoluta, senza pietà. Il campo è stato raso al suolo in poche ore, passando sulle tende e sui corpi delle persone; subito dopo, è seguita la caccia al sahrawi nelle strade della capitale.

Il Fronte Polisario ha contato almeno 19 cadaveri. Oltre 700 i feriti e 159 gli scomparsi. Se e quando le fosse comuni saranno accessibili, si conoscerà forse la dimensione reale del dramma. Parlamentari, giornalisti e osservatori di diversi paesi sono stati rispediti a casa. Entra solo chi professa una fede promarocchina, come l’inviata di Le Monde, che inaugura così la linea dei nuovi editori: per superare la crisi, il quotidiano deve pur vendere anche in Marocco.

Lo stesso giorno del massacro, si è aperta a New York la terza tornata di incontri informali tra Marocco e Polisario sotto gli auspici dell’Onu. Il Polisario ha evitato la trappola tesagli dal re, sedendosi ugualmente al tavolo dei negoziati. Come prevedibile, ne è uscito un nuovo rinvio. Il Consiglio di sicurezza deve discutere del caso. La Francia minaccerà ancora il veto, per impedire ai caschi blu, presenti dal 1991 nel Sahara Occidentale, di intervenire? Questa missione di pace dell’Onu (Minurso) è l’unica a non prevedere la protezione dei civili.

I giovani sahrawi, frustrati dalla mancanza di risultati, vogliono agire. Tra i dirigenti del Polisario c’è chi teme che la loro esasperazione li porti ad atti estremi. È probabilmente uno degli scopi della politica marocchina dell’ultimo anno. Così facendo, però, Mohammed VI ha buttato alle ortiche il suo piano di autonomia. I 20mila del campo di Gdeim Izik non issavano bandiere sahrawi, non gridavano slogan per l’indipendenza: si battevano per il lavoro, la scuola e la fine della discriminazione. La risposta data è la smentita più clamorosa della possibilità dell’autonomia. Il tanto sbandierato piano, del resto, non prevede alcun riconoscimento dell’identità sahrawi. È come se nelle scuole della Lombardia “federata” si proibisse d’insegnare le 5 Giornate di Milano o le 10 di Brescia! Se, a distanza di un anno, Mohammed VI ha voluto vendicarsi dell'”affronto” Aminatou Haidar, ha dimostrato di non avere più una politica. È questo che preoccupa di più i sahrawi. Un re allo sbando è oltremodo pericoloso. I risultati, per il momento, sono sotto gli occhi solo dei sahrawi. La comunità internazionale è troppo distratta. (Carlo Stella)