NIGERIA. UNO SBERLEFFO A BOKO HARAM – DOSSIER GIUGNO 2019

Sono foto fuori dal coro quelle di Fati Abubakar. Perché rovesciano la chiave di lettura di un conflitto che dura da dieci anni. Le comunità che il jihadismo di Boko Haram vorrebbe sottomettere resistono, reagiscono e guardano avanti.

La fotografa nigeriana Fati Abubakar vuole raccontare – in maniera dignitosa e veritiera – la vita delle popolazioni colpite dal terrorismo di Boko Haram. Il suo lavoro ha assunto fama internazionale con il progetto Bits of Borno (Frammenti di Borno), una serie di fotografie, diventate virali sui social media, sulla vita quotidiana delle vittime del jihadismo in Nigeria.

Ha preso in mano la macchina fotografica per la prima volta nel 2015, mossa dalla voglia di mostrare al mondo intero la resilienza e la forza della sua gente, martoriata da Boko Haram. Il desiderio di raccontare un’altra versione di quella storia che la stampa internazionale continua a sfornare con il solo codice della violenza e della disperazione, la convinse che la fotografia fosse la strada giusta per mostrare un altro volto del conflitto nel nordest della Nigeria.

Nata e cresciuta a Maiduguri, capitale dello stato di Borno (la Nigeria è una federazione di 36 stati) ed epicentro dell’insurrezione jihadista di Boko Haram, Fati è stata testimone di come il terrorismo distrugge e paralizza intere città. Nonostante l’insurrezione non abbia colpito la sua famiglia, ha vissuto a lungo in una città martoriata dalle bombe, dai rapimenti e da una guerra che nemmeno l’esercito è riuscito a fermare.

Fino a ieri era una fotografa amatoriale, conosciuta solo nella realtà in cui viveva. Oggi, le sue fotografie sono esibite in tutto il mondo – dalla Nigeria all’Italia agli Stati Uniti – e la fotografa trentenne partecipa a convegni e workshop dove spiega il suo lavoro e l’importanza di raccontare la vita e la vitalità della gente comune nonostante il terrorismo.

Dieci anni di jihadismo

Il terrorismo di matrice islamica di Boko Haram – termine tradotto dalla lingua locale haussa come “l’istruzione occidentale è proibita” – ha avuto inizio a Maiduguri, ormai dieci anni or sono, nel contesto di uno stato tenuto in nessuna considerazione dalla politica del governo federale e con gravi problemi economici e sociali.

Uno scontro tra le forze di polizia e i seguaci dell’imam Mohammed Yusuf, culminato con la morte di quest’ultimo mentre era in commissariato, innescò l’insurrezione armata. Oggi, Boko Haram è suddiviso in varie fazioni, conta migliaia di membri, compie azioni sanguinose e controlla alcuni territori dove vorrebbe fondare un califfato islamico. L’insurrezione ha provocato più di 20mila vittime e circa due milioni di sfollati interni.

Pressoché sconosciuto in Occidente fino al 2014, Boko Haram divenne noto a livello internazionale in seguito al rapimento di quasi 300 bambine da una scuola nel villaggio di Chibok. Alcune prigioniere riuscirono a fuggire, altre furono liberate in seguito ad azioni militari o a negoziazioni col governo nigeriano. Molte di queste bambine – violentate e date in spose ai guerriglieri – sono diventate madri e rinnegate dalle proprie famiglie per via dello stigma che colpisce chi è affiliato a Boko Haram.

Le autorità nigeriane sostengono di aver sconfitto Boko Haram. In particolare, il presidente Muhammadu Buhari, rieletto lo scorso febbraio, ha fatto della lotta contro il terrorismo – insieme alla lotta alla corruzione – il simbolo delle sue campagne elettorali. Tuttavia, sebbene abbia perso molti territori, Boko Haram non… 

Nella foto grande: Donna kwayam, sottogruppo dell’etnia kanuri, la popolazione più numerosa dello stato di Borno. I kwayam sono prettamente contadini. Ancora oggi, indossano i vestiti della loro tradizione, caratteristici per i colori vivaci e gioielli cuciti sui tessuti. 

Nella foto piccola: Mohammed, parte della Civilian Joint Task Force. Ha in mano un metal detector, utilizzato per individuare armi e ordigni.