Venezia / Biennale d’arte
Come mai all’esposizione internazionale, che si apre il 9 maggio, il padiglione del paese africano è curato da italiani e gli artisti sono quasi tutti cinesi? Degli intellettuali lo hanno chiesto al governo di Nairobi, senza ottenere risposta. Ed è partita una petizione on line che chiede il ritiro del paese dalla Biennale.

Michael Soi è un artista di Nairobi conosciuto per la potenza dei suoi dipinti satirici. Quando la sindrome cinese (ma un po’ anche italiana) si è impossessata del padiglione Kenya, lui ha “rilasciato” le dichiarazioni visuali probabilmente più incisive: due quadri intitolati semplicemente Shame in Venice 1 e Shame in Venice 2, la vergogna a Venezia.

Nel primo, sotto la scritta “La Biennale di Venezia Kenya Pavilion 2013-2015”, si vede una lunga sequenza di cinesi, interrotta da un signore bianco di mezza età e da una giovane nera posta nelle retrovie. Nel secondo, invece, il predominio cinese è totale e riguarda anche le scelte alfabetiche.

Ma a cosa esattamente fa riferimento Soi? Se si scorrono le informazioni relative alle partecipazioni nazionali alla Biennale, si vedrà che i curatori del padiglione Kenya sono italiani e gli artisti, salvo due, cinesi. Le due eccezioni, in realtà, sono kenyane con riserva: Armando Tanzini è un versatile uomo d’affari italiano, da molti anni residente a Malindi, che realizza opere piuttosto convenzionali; Yvonne Apiyo Breandle Amolo è una giovane cresciuta in Svizzera, che ha fatto un film interessante contro il razzismo, ma appare avulsa dalla scena artistica contemporanea kenyana.

Il nodo problematico, infatti, non sta tanto nei dati anagrafici (l’arte non dovrebbe avere passaporti) quanto nell’assenza di legami rilevanti, da parte di questo gruppo, con il paese che sono chiamati a rappresentare. Non è la prima volta. Nel 2013 le cose si erano svolte in modo molto simile: il padiglione Kenya aveva gli stessi curatori, Paola Poponi e Sandro Orlandi, e tra gli artisti 8 cinesi, un italo-brasiliano, due kenyani. Una presenza simbolica, come ebbe a dire allora Olabisi Silva, fondatrice e direttrice del Centre of Contemporary Art di Lagos, che faceva parte della giuria. Wenny Teo, critica d’arte specializzata nell’Asia contemporanea, aveva liquidato la questione come «una spaventosa manifestazione di neocolonialismo sfacciatamente spacciata per multiculturalismo». Questa volta la reazione degli artisti e degli intellettuali kenyani è stata più forte che nel 2013, amplificata anche dai social network. Ma non sembra che la cosa abbai impressionato le istituzioni del Kenya.

Nairobi silente
È stata lanciata una petizione on line per chiedere al Segretario di gabinetto per lo sport, arte e cultura, Hassan Waro Arero, il ritiro dalla Biennale e l’impegno a realizzare un padiglione realmente rappresentativo nell’edizione del 2017. Anche perché gli artisti di valore certamente non mancano, a cominciare dallo stesso Michael Soi. La partecipazione alla Biennale era un’occasione da non perdere, si è trasformata, come ha detto, Sylvia Gichia, direttore del Centre for Visual Art di Nairobi Kuona Trust, «in un pugno nello stomaco».

Lo scrittore Wainanina Binyanga, Soi e altri intellettuali come Danda Jaroljmek, Justus Kyalo, Maggie Otieno hanno chiesto un incontro a Waro Arero. L’appuntamento, fissato per il 20 marzo, è saltato all’ultimo momento, confermando la volontà delle istituzioni di restare silenti.

La domanda, inevitabile, è: perché? Sì, certo, il neocolonialismo culturale. Ma le ragioni vere, molto probabilmente, sono più materiali e hanno a che fare con uno scambio di favori ai vertici e con dei calcoli economici. La Biennale, d’altra parte, è una vetrina importantissima, per la quale molti artisti sarebbero disposti a far tutto. La scelta di darla in gestione a terzi, invece di tutelare i propri talenti o promuovere un progetto significativo, è di un cinismo inaudito. Ed è giusto che i kenyani, come sta accadendo, puntino il dito soprattutto contro i propri governanti. Il commissario della Biennale Okwui Enwezor, interpellato, ha evitato di sbilanciarsi, ma ha ricordato che le scelte di contenuto, per quanto riguarda i padiglioni nazionali, non sono certo di sua competenza.

Shame in Venice 2 e, in apertura, Shame in Venice 1, (vergogna a Venezia) dell’artista kenyano Michael Soi.