L’opposizione chiede le dimissioni del presidente
I miliziani islamisti entrano a Mogadiscio e circondano le milizie filo-governative, ormai in rotta. L’Onu si rifiuta di inviare una missione di caschi blu, senza la quale il governo non sembra resistere. Intanto Aweys si prepara per la successione e apre una frattura con gli Al Shabaab.

La pace non “paga” in Somalia. Lo hanno capito a proprie spese gli ex signori della guerra, integrati nei governi di transizione che si sono succeduti dall’inizio del conflitto. Prima o dopo, tutti gli esponenti somali “graditi” alla comunità internazionale hanno visto erodere il proprio peso politico e militare, in favore delle sigle che via via si moltiplicano tra i gruppi dell’opposizione armata. Entrati nella legalità, i war-lords somali hanno dovuto confrontarsi con l’embargo sulle armi emesso dalle Nazioni Unite ancora nel 1992, diventando sempre più dipendenti dai peacekeepers della locale missione di pace dell’Unione Africana (AMISOM), incapace di contenere i continui attacchi dei gruppi di miliziani. Di fronte all’impotenza, lo scorso marzo, il Consiglio per la sicurezza e la pace dell’UA ha persino avanzato l’ipotesi di revocare l’embargo nei confronti del governo.

Mentre le Nazioni Unite temporeggiano sull’ipotesi di inviare un contingente di caschi blu in Somalia, l’organizzazione islamista radicale Al Shabaab, sta portando a termine la più grande offensiva contro il governo di transizione, dopo quella lanciata in seguito al ritiro delle truppe etiopiche dal paese. Tra agosto 2008 e gennaio 2009, Al Shabaab ha infatti preso il controllo di gran parte del centro e sud della Somalia, comprese roccaforti importanti, come il porto di Chisimaio e la città di Baidoa, ex sede del parlamento somalo.
Sette giorni di combattimenti, 135 civili uccisi e oltre 34.000 sfollati. Questo è il bilancio provvisorio degli scontri ancora in corso a Mogadiscio, dove i miliziani filo-governativi sono ormai trincerati nella sola area del parlamento, base anche dei caschi verdi dell’AMISOM. Le forze radicali sembrano essere così vicine a dare la spallata al governo, che già cominciano a delinearsi fratture sulla leadership del movimento.

Rientrato a Mogadiscio, lo scorso 23 aprile, apparentemente con scopi benevoli, Hassan Dahir Aweys, irrompe di nuovo e con violenza sul campo di battaglia, combattendo contro nemici ed ex alleati. Ex ufficiale, veterano della guerra dell’Ogaden (1977) sotto il regime del dittatore Siad Barre, Aweys è iscritto nella lista dei terroristi ricercati dagli Stati Uniti, perché sospettato di essere coinvolto negli attentati che colpirono nel 1998 le ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar Es Salaam. Lasciata l’Eritrea lo scorso aprile, il leader islamista ha raggiunto Khartoum, dove, con la mediazione del governo sudanese, ha preparato il suo rientro in Somalia, dopo due anni di esilio. Proprio mentre erano in corso i negoziati tra Aweys e governo di transizione, il ministro della sicurezza somalo segnalava l’arrivo dall’Eritrea, tra il 27 e il 30 aprile, di tre diversi carichi di armi ed equipaggiamenti militari a nord di Mogadiscio, dove i miliziani di Al Shabaab, preparavano l’offensiva.
Una volta giunto nel paese, Aweys non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo: con un gruppo di qualche centinaio di miliziani e 19 pickup, attrezzati con armi pesanti, ha attaccato a sua volta gli alleati Al Shabaab, per rivendicarne la guida.

Ruolo chiave per l’Eritrea, che il Dipartimento di Stato statunitense ha condannato, lo scorso 14 maggio, accusandola di rifornire di armi i gruppi radicali che combattono in Somalia. Tra gli attori stranieri, tuttavia non mancano i paesi del golfo Persico, tra cui spiccano Arabia Saudita ed Emirati Arabi, principali finanziatori delle fazioni armate somale. È stato lo stesso presidente somalo Sheik Sharif Ahmed, ad accusare non meglio specificate “forze straniere” di essere presenti sul territorio somalo.

Intanto si spengono nuovamente le speranze della popolazione, che vedeva nella presidenza di Ahmed, islamista moderato, ex leader delle Corti Islamiche eletto lo scorso gennaio, un opportunità per porre fine al conflitto tra i clan del paese. Per svuotare l’opposizione del proprio contenuto ideologico, Ahmed ha persino accettato di introdurre nell’ordinamento costituzionale la sharia (legge coranica), senza tuttavia trovare nuovi alleati tra coloro che sempre più sono definiti terroristi. E la Somalia fa proprio gola alle organizzazioni terroristiche internazionali. Terra di nessuno dal 1991, il paese è, dopo il Sahel, un perfetto campo di addestramento, oltre ad offrire importanti opportunità di profitto attraverso un fiorente mercato di armi, rifiuti tossici e droga.
L’influenza delle organizzazioni terroristiche nel paese si fa sentire anche tra le fazioni in lotta: Al Shabaab è infatti la prima organizzazione che oggi appare essere “clanicamente” eterogenea, dove l’ideologia sembra assumere un ruolo preponderante. Con metodi da Talebani si fanno strada nel paese modificando nel profondo usi e costumi locali, precedentemente tollerati.