L’analisi di Mario Raffaelli
Le milizie di Al Shabab negano un coinvolgimento nell’attentato kamikaze che ha ucciso tre ministri del governo transitorio e altre 19 persone in un hotel di Mogadiscio. Un’azione che evidenzia l’estrema fragilità delle istituzioni e dei sistemi di sicurezza. L’analisi del contesto con l’ex inviato speciale del governo italiano in Somalia, Mario Raffaelli.

La mattina del 3 dicembre un attentatore suicida si è fatto esplodere all’interno della sala congressi dell’ hotel Shamow nella parte di Mogadiscio controllata dal governo somalo di transizione. Il bilancio è di 22 morti, tra i quali anche due giornalisti e tre ministri. Ci sono anche 60 feriti, anche perché l’esplosione è avvenuta proprio durante la cerimonia di consegna della laurea ad una quarantina di studenti di medicina della Benadir University.

Ed è un’azione questa che non è stata rivendicata dalle milizie islamiste radicali di Al Shebab, il movimento affiliato ad Al-qaeda che dopo aver conquistato gran parte del centro e del sud del paese, dallo scorso maggio tiene in scacco le fragili istituzioni nella capitale. “Non siamo implicati in questo incidente, i miliziani di Shabab non hanno mai commesso un tale atto”, ha dichiarato il portavoce ufficiale di Shabab, Ali Mohamud Rage che ha addossato la responsabilità sul governo del presidente Sharif Ahmed.
“Non ci sono elementi che possono far pensare che ci possano essere altri dietro questo attentato” sostiene Mario Raffaelli, ex inviato speciale del governo italiano in Somalia.

Chiunque abbia compiuto questo attacco, lo ha fatto con l’intenzione di colpire al cuore le già fragili istituzioni somale. Tra i ministri che hanno perso la vita – il ministro della Salute, Qamar Aden Ali, quello dell’Istruzione, Ahmad Abdullah – c’è infatti anche Ibrahim Addo, ex ministro degli esteri delle Corti islamiche durante i sei mesi di governo su Mogadiscio, nel 2006, un leader islamista moderato favorevole al dialogo.
Un attentato che, come evidenzia Raffaelli, dimostra “l’escalation terrificante, per il target scelto e per l’obiettivo geografico e la sicurezza nella capitale”.

L’attentatore ha infatti colpito non solo i ministri del governo transitorio, ma anche giovani studenti di medicina, preziosi in un contesto difficile com’è quello della capitale, e lo ha fatto riuscendo a penetrare all’interno di uno dei luoghi considerati più sicuri, l’hotel Shamow, situato in una zona che Raffaelli definisce “assolutamente tranquilla”. Il ché evidenzia l’estrema fragilità e la necessità di sostegno del governo e dei servizi di sicurezza somali. Ma evidenzia anche la necessità di un impegno più deciso da parte della comunità internazionale, Italia ed Europa in testa.

 

(L’intervista Mario Raffaelli, ex inviato speciale del governo italiano in Somalia, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)