Sudan
Un rapporto di Human Rights Watch sulla situazione della martoriata regione dell'ovest del Sudan, descrive in particolare la condotta tenuta dalle Rapid Support Force. Unità militari che si sono macchiate di indicibili sopprusi ai danni della popolazione perpetrandoli sistematicamente. Il comandante è un ex leader dei janjaweed.

“Men With No Mercy” Rapid Support Forces Attacks against Civilians in Darfur, Sudan è il titolo dell’ultimo rapporto sul Darfur di Human Rights Watch (Hrw), pubblicato il 9 settembre.
Il titolo riprende l’espressione di un giovane disertore che, dopo essersi accusato di varie malefatte, dice di essere scappato perché non poteva più eseguire gli ordini e definisce i suoi ex commilitoni come uomini “senza pietà”, appunto.
Il rapporto, frutto di 212 interviste condotte tra maggio dell’anno scorso e luglio di quest’anno, molte tra i profughi in Chad e in Sud Sudan, ma anche telefonicamente dal Darfur stesso, si concentra ad esaminare la condotta delle Rapid Support Force (Rsf) le forze paramilitari al diretto comando dei Servizi di sicurezza (Niss). Tra gli intervistati, vittime e testimoni degli abusi oltre a 5 disertori, che hanno potuto raccontare di come ai miliziani venisse ordinato di attaccare la popolazione civile, di uccidere gli uomini, violentare le donne e portarsi via tutti i loro averi.

Rapid Suppor Force
Le Rsf furono create a metà del 2013, con l’obiettivo di far piazza pulita delle ribellioni in Sudan, dunque non solo in Darfur, ma anche in Sud Kordofan e nel Blue Nile. Sono state impiegate nelle due campagne militari estive – da gennaio a giugno – del 2014 e del 2015, entrambe propagandate come quelle che avrebbero “pacificato” definitivamente il paese; entrambe fallite. Ma il presidente sudanese ha già lanciato la campagna per il 2016, con lo stesso obiettivo. Ai miliziani è stata data una tessera di riconoscimento del Niss, in modo che godessero dell’impunità, secondo un atto legislativo del 2010. Dal gennaio 2014, con un emendamento costituzionale, sono passate dall’essere forze paramilitari all’essere forze regolari.
Il comandante delle operazioni sul campo, Brig. Gen. Mohammed Hamdan Dagolo, conosciuto come Hemeti, è un ex leader dei janjaweed, tra i quali ha arruolato molti dei suoi uomini, che, all’inizio delle operazioni, sarebbero stati tra i 5.000 e i 6.000, armati meglio delle truppe dell’esercito e dotati di centinaia di veicoli, da 600 a 750. Ora sarebbero molto più numerosi. Tra loro, secondo parecchi testimoni, probabilmente anche stranieri, di gruppi arabi ciadiani e nigeriani. La catena di comando delle Rsf farebbe capo al direttore generale del Niss, Al al-Nasih-Al-Galla, che ne sarebbe il responsabile ultimo. Nelle loro azioni, hanno avuto anche il supporto dell’aviazione.

Orribili  e sistematici soprusi
Nelle due campagne militari, dice il rapporto, si sono macchiati «di un ampio ventaglio di orrendi abusi, tra cui la dispersione forzata di intere comunità, la distruzione di pozzi, magazzini per il cibo e altre infrastrutture necessarie per la sopravvivenza in zone desertiche; razzie dei beni collettivi delle famiglie, quali il bestiame. Tra i più oltraggiosi abusi contro i civili, si sono avuti torture, assassini e stupri di massa». Come conseguenza, circa 150.000 nuovi sfollati hanno cercato rifugio nei campi profughi della regione. La dichiarazione è suffragata da ripetute e circostanziate testimonianze di episodi diversi.
Particolare rilevanza viene data a quanto successo a Golo e nei villaggi vicini il 24 e 25 gennaio di quest’anno. Sull’episodio sono state raccolte 21 testimonianze, tutte concordi nel raccontare di inenarrabili abusi, compresi stupri di massa e ripetuti di decine e decine di ragazze e di donne. Ma episodi simili sono riportati per numerosi altri villaggi nei mesi successivi. Foto satellitari, mostrate nel rapporto, dimostrano il livello delle distruzioni. La prassi degli attacchi, descritta per numerosi episodi, era ben consolidata: prima l’attacco da terra, le razzie, gli assassini di chi resisteva, la ricerca degli uomini, la violenza sulle donne, spesso portate in zone isolate fuori dal villaggio e poi i bombardamenti aerei per distruggere tutto quanto era ancora in piedi e per convincere la popolazione a non tornare sui propri passi.
Il rapporto di Hrw conclude dicendo che le violazioni delle leggi internazionali da parte delle Rsf costituiscono crimini di guerra. La diffusione e ripetizione nel tempo di stupri di massa, uccisioni e altri abusi sui civili possono essere considerati crimini contro l’umanità, perpetrati in modo sistematico, non episodico, dal momento che, secondo numerose testimonianze, erano eseguite per ordine preciso dei comandanti.

Rapporto Sudo Uk
A conferma di quanto detto nel documento dell’organizzazione internazionale, Sudo Uk, un’organizzazione sudanese registrata a Londra che ha una vasta rete di informatori sul campo, nel suo rapporto mensile sulle violazioni dei diritti umani nelle zone di conflitto afferma che, solo nello scorso mese di agosto, ci sono stati 37 gravi incidenti classificabili come gravi violazioni dei diritti umani, 24 commessi da milizie paragovernative (Rsf in particolare), 5 dall’esercito e il resto da altri, 3 anche dalle forze di opposizione armata. Nei 37 episodi ci sono stati 115 morti, 56 feriti, 21 vittime di violenza sessuale, 8 rapimenti, 19 arresti e conseguenti detenzioni in condizioni disumane, 1 vittima di tortura. Secondo Sudo Uk, particolare preoccupazione desta l’espulsione dei contadini dai loro campi, allo scopo evidente di espropriarli dei loro averi e dei loro mezzi di sussistenza. In 12 episodi, dopo essere stati cacciati con la forza delle armi, è stato loro intimato di non farsi più vedere a coltivare quei terreni.

Il rapporto di Hrw sottolinea infine come la missione ibrida di pace, Unamid, non abbia svolto in modo soddisfacente il mandato assegnatole di proteggere i civili e chiede che l’Onu e l’Unione Africana trovino il modo di rafforzarne la presenza e le capacità. Si deve ricordare come, invece, il governo sudanese abbia chiesto che venga patteggiata la sua fine. Non è un caso che la richiesta sia stata avanzata per la prima volta lo scorso ottobre, dopo l’inchiesta, per altro osteggiata in tutti i modi possibili, sullo stupro di massa di più di 200 donne e ragazze nel villaggio di Tabit, nel Darfur settentrionale.

Nella foto in alto dei janjaweed in Darfur. (Fonte: miafarrow.org). Nella foto sopra donne e bambini sfollati dagli attacchi dell’Rsf  a Golo, nel Darfur centrale. Febbraio 2015 (Fonte: Hrw / Adriane Ohanesian)