Il Sud Sudan è stato il 51esimo paese africano, su 54, a dichiarare di essere stato contagiato dal Covid-19. Il primo caso positivo è stato rilevato il 5 aprile, ma i voli internazionali erano già stati sospesi alla metà di marzo. Pochi giorni dopo venivano chiuse le scuole di ogni ordine e grado, e proibiti gli assembramenti. Da ultimo, il 25 marzo, è stato imposto il coprifuoco.

Ma queste misure preventive, adottate da tutti paesi della regione seppur in tempi e con un rigore diverso, non sono state sufficienti a tenere il virus fuori dai confini. Il primo caso positivo confermato è stato quello di una giovane olandese, operatrice di un’agenzia dell’Onu, arrivata in Sud Sudan alla fine di febbraio passando dall’Etiopia. Anche il secondo e il terzo caso sono stati trovati tra il personale internazionale dell’Onu.

Il primo focolaio, dunque, si è sviluppato tra gli operatori umanitari stranieri. Si può supporre che, per le modalità stesse del loro lavoro, abbiano contribuito a diffondere il virus presso i diversi gruppi sociali, compreso quello dei leader politici.

Ad oggi, 3 giugno, sono 994 i casi positivi ufficiali e 10 i morti, ma i dati non vengono aggiornati ormai da parecchi giorni. Ieri Radio Tamazuj riferiva che il ministro della Salute avrebbe annunciato 1,317 positivi al virus e 14 decessi. Tra i contagiati, nove membri della speciale task force per il contrasto alla pandemia, tre vicepresidenti, Riek Machar e Hussein Abdelbagi, che si sono succeduti alla guida della task force stessa, e James Wani Igga, insieme al ministro della Difesa, Angelina Teny, e al ministro dell’Informazione, Michael Makuei.

A Juba per alcuni giorni si sussurrava che anche il presidente Salva Kiir fosse stato colpito dal virus e portato fuori dal paese per poter essere adeguatamente curato. Voci smentite dalla sua comparsa in pubblico, apparentemente in ottima salute. Ma l’episodio è un indicatore del clima che si respira nel paese.

Le misure preventive, prese addirittura con largo anticipo sul rilevamento del virus, testimoniano della preoccupazione del governo, cosciente della fragilità del sistema sanitario, certamente non in grado di fronteggiare una situazione di emergenza come quella che potrebbe determinarsi se il Covid-19 si diffondesse e si manifestasse nelle sue forme più gravi.

Lo ha affermato lo stesso presidente, parlando senza mascherina mentre smentiva di essere malato ma raccomandando ai sud sudanesi di fare molta attenzione perché «se il contagio si diffondesse, come paese ci troveremmo in una condizione veramente deplorevole, non saremmo in grado di contrastarlo».

La risposta alla pandemia non può che risentire del contesto generale del paese, osserva Maria Martinelli, medico, provinciale delle suore comboniane in Sud Sudan. La definisce limitata e lenta, anche se gli sforzi non mancano. «Posso testimoniare che i team che vanno in giro a cercare i contatti (dei positivi) sono efficienti», assicura. Per ora è in funzione una sola macchina per la lettura dei test.

Si trova naturalmente in capitale, a Juba, anche se ce ne sono almeno altre tre nel paese, ma non sono ancora state installate. Così tutti i tamponi, ovunque siano stati effettuati, devono essere mandati a Juba per essere esaminati. La risposta, ovviamente, non può essere tempestiva. Chi ha sintomi evidenti viene ricoverato.

Per questo a Juba è stato attrezzato il John Garang Desease Control Center per la cura e l’isolamento. Ognuno dei dieci stati federali è tenuto ad averne uno analogo. Chi ha sintomi lievi o è asintomatico deve fare la sua quarantena a casa, dove viene controllato saltuariamente.  

Ma non è facile convincere gli asintomatici o i malati leggeri che devono stare in isolamento per non diffondere il virus. Ci sono già stati numerosi casi di positivi letteralmente scappati dalla quarantena e che hanno cercato di raggiungere il villaggio di origine, pensando di mettersi al riparo dove il virus e le conseguenze economiche delle misure di contenimento non sono ancora arrivati.

La testimonianza che a Juba la situazione è ormai difficile, arriva anche dal missionario comboniano padre Mario Pellegrino, nell’audio che segue.

Fuori dalla capitale, invece, i problemi non sono ancora rilevanti, come si dice nel file audio ricevuto da Gino Barsella, ex direttore di Nigrizia, ora cooperante dell’Ong Avsi, da Rumbek, nello stato dei Laghi.

In diverse località dello stato dei Laghi, e anche in altre zone del paese, lavora anche il Cuamm, la più importante organizzazione non governativa italiana specializzata nella cooperazione sanitaria. Fabrizio Giovanni Vaccaro, il medico basato a Rumbek dove il Cuamm supporta il sistema sanitario locale, ci dà una visione dall’interno di come le autorità competenti e la comunità internazionale stanno collaborando per affrontare il contagio.

Nel suo racconto colpisce soprattutto la necessità della formazione del personale sanitario di base – 1000 persone coinvolte in corsi di aggiornamento – e la mancanza quasi totale dei presidi per la protezione individuale. Anche i medici e gli infermieri usano normalmente le mascherine di stoffa, cucite in loco. Quelle chirurgiche sono cosi poche che vengono tenute in caso ci fossero pazienti con sintomi seri.

La situazione è considerata decisamente preoccupante da molte organizzazioni della società civile sud sudanese, soprattutto dopo il repentino aumento dei positivi verificatosi nelle ultime settimane: 188 confermati in un solo giorno, mercoledì 27 maggio, poi i dati non sono stati più aggiornati.

Diversi rappresentanti, intervistati dal settimanale regionale The East African hanno affermato che, se il governo non interverrà rapidamente, il paese potrebbe essere presto quello con la maggior diffusione del virus nella regione. Chiedono che sia organizzata una campagna capillare per informare la popolazione sul pericolo costituito dal Covid-19 e sulle misure per evitare il contagio. Ad esempio, a Juba, dice l’articolo, l’uso delle mascherine è minimo e non solo perché è difficile trovarle sul mercato locale. In gran parte delle aree aree rurali semplicemente le mascherine non esistono.

Solo ora gruppi di donne si stanno organizzando per produrle, assicura Susan Pascale, direttrice della Women Advancement Organization. Stesso discorso va fatto per il lavaggio frequente delle mani e l’igiene personale in un paese dove l’acqua è un bene prezioso e costoso, nelle zone rurali per la fatica di raccoglierla e trasportarla nel cortile di casa, come a Juba del resto, dove per di più bisogna pagarla.

Considerate le difficoltà emerse nell’adesione della popolazione alle direttive del governo, ci si comincia a chiedere se l’attuale risposta all’epidemia, imponendo le misure standard adottate in gran parte del mondo, sia adeguata ad un paese come il Sud Sudan, che in buona parte vive ancora in modo tradizionale e arcaico.

In un paper del centro di ricerca regionale Rift Valley Institute, Responding to Covid-19 in South Sudan. Making local knowledge count si dice che vanno assolutamente valorizzati i saperi locali e attivati i leader comunitari depositari di tali saperi. Si afferma che ogni comunità ha i suoi modi per contenere le epidemie, che piuttosto frequentemente hanno colpito l’uomo e gli animali anche nel passato. Su quelli va fatta leva per contenere anche l’attuale pandemia, altrimenti si rischia che la popolazione non capisca e dunque non si difenda adeguatamente.