Protesta contro le attività della Shell in Sudafrica

Continuano le proteste contro l’operazione di prospezione sismica che la multinazionale Shell sta conducendo al largo della Wild Coast, nella provincia del Capo orientale, una delle zone costiere più belle e incontaminate del Sudafrica. Con l’Operazione Phakisa, iniziata l’8 dicembre scorso, la Shell sta bombardando il fondale marino con onde sonore da 260 decibel ogni 10 secondi, 24 ore al giorno, per la durata di cinque mesi, alla ricerca di giacimenti di petrolio e di gas.

Contro tale intervento si sono mobilitate numerose comunità locali, associazioni di pescatori, organizzazioni ecologiste nazionali e internazionali che denunciano le gravi conseguenze dell’operazione sull’ecosistema marino e sull’economia locale basata su pesca e turismo. La denuncia è giunta anche da un gruppo di scienziati sudafricani, tra cui vi sono figure di spicco a livello mondiale nel campo di biologia ed ecologia marina.

In una lettera indirizzata al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, al ministro dell’energia e delle risorse minerarie Gwede Mantashe, e alla ministra dell’ambiente Barbara Creecy, gli scienziati allertano il governo sul pericolo delle indagini sismiche, ritenute dannose sia per i grandi mammiferi marini, come balene e delfini, sia per il plankton, l’insieme di microrganismi fondamentali per la vita marina.

Varie associazioni delle comunità che vivono lungo la Wild Coast – tra Morgan Bay, vicino a East London, e Port St Johns –, Greenpeace e associazioni per i diritti umani hanno fatto ricorso all’Alta corte di Grahamstown per ottenere l’interdizione dell’indagine sismica della Shell. Nonostante la loro richiesta di interdizione sia stata respinta dal giudice dell’Alta corte, gli attivisti sono decisi ad avviare da gennaio nuove azioni legali contro il colosso del petrolio.

La Shell nega la nocività delle onde sonore sull’ecosistema e gode dell’appoggio del governo sudafricano. In un intervento pubblico, il ministro Mantashe ha criticato gli oppositori alla prospezione sismica, accusandoli di agire con mentalità colonialista contro le prospettive di sviluppo economico di cui la regione potrebbe beneficiare con lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio e gas.

Rappresentanti delle comunità locali e ambientalisti hanno replicato all’attacco del governo che accusano di aver agito senza aver consultato la popolazione della Wild Coast né ascoltato le loro proposte per uno sviluppo ecosostenibile della regione, già colpita nei mesi scorsi da una grave catastrofe ambientale.

Anche la Chiesa cattolica del Sudafrica ha levato la sua voce contro i rischi dell’Operazione Phakisa. Nel comunicato del 14 dicembre, il vescovo Sithembele Sipuka, presidente della Conferenza episcopale dell’Africa australe, si dice «profondamente preoccupato del grave danno che le tecniche sismiche utilizzate per esplorare il petrolio sotto il fondale marino infliggono agli ecosistemi dell’oceano».

E aggiunge: «È assai preoccupante che tutto ciò avvenga a distanza di poco più di un mese dal vertice internazionale sull’ambiente Cop26 dove è stato ripetutamente affermato che il mondo ha bisogno di tenere nel sottosuolo i combustibili fossili, se si vuole mantenere l’aumento della temperatura sotto la soglia di 1,5 °C e prevenire una “catastrofe climatica”».

Il vescovo, anche a nome della Conferenza episcopale sudafricana, conclude il suo comunicato con la richiesta al governo affinché «blocchi tutti i progetti che ha in cantiere per l’esplorazione di gas e petrolio, compreso quello attuale nella Wild Coast».

«Data l’urgenza a riguardo della crisi climatica, chiediamo al governo di rivedere gli obiettivi di riduzione delle emissioni annunciati nel settembre 2021, in modo che siano compatibili con l’Accordo di Parigi e così offrire al Sudafrica l’opportunità di mobilitare fondi della finanza climatica».

Nel comunicato del 30 novembre scorso, la Chiesa anglicana sudafricana aveva parimenti denunciato l’impatto devastante dell’indagine sismica sull’ambiente e sull’ecosistema.

Il vescovo Tsietsi Seleoane della diocesi di Mzimvubu (Port Saint Johns) e il reverendo Rachel Mash, coordinatrice della Rete ambientale della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale, scrivono che «il valore dell’ecosistema e dell’ecoturismo supera di gran lunga il vantaggio degli azionisti stranieri che traggono profitto dalla costa orientale del Sudafrica che non gli appartiene. Ed è proprio a causa di questa esclusione che verrà penalizzata la comunità rurale, già in difficoltà a causa dell’impatto della pandemia di Covid-19 e delle restrizioni al turismo».

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