Un quartier generale di Amazon in Sudafrica. Che dovrà servire a sviluppare il commercio, soprattutto online, su tutto il continente. La notizia di per sé non sarebbe rilevante (tranne per chi critica l’invadenza delle multinazionali) se non fosse che il luogo scelto per la sede del colosso della grande distribuzione è considerato un luogo storico, quasi sacro, pertanto da preservare, valorizzare, proteggere, non certo snaturare. Peggio, cancellare.

Ad opporsi al piano, annunciato la scorsa primavera e che ora ha visto l’avvio del cantiere, sono i khoi e i san (spesso scritto khoisan), popolazioni originarie dell’Africa australe, tradizionalmente pastori e cacciatori, e primi abitanti del Sudafrica. Furono loro a respingere quei soldati portoghesi che facevano razzie di bestiame in una storica battaglia nel 1510. Un evento considerato con grande orgoglio dalla storiografia sudafricana. Anche se, un secolo e mezzo dopo, fu qui che i coloni olandesi lanciarono una più feroce – e vittoriosa – campagna di espropriazione della terra.

Oggi i discendenti di quelle popolazioni gridano di non volere che quello spazio di territorio gli venga “rubato” per la seconda volta. Lo gridano alla stampa, ai concittadini e alla politica (massiccia la partecipazione alla marcia del giugno scorso) e cercano sostegno in tutto il mondo attraverso una raccolta firme. Mentre circa 5mila obiezioni al progetto – denominato The River Club – sono state presentate alle autorità cittadine e provinciali.

L’area in discussione è a Cape Town (Città del Capo), un grande spazio all’ombra della Table Mountain: 70mila metri quadrati che comprenderanno uffici commerciali, almeno un hotel, unità residenziali, piste ciclabili e persino un parco. Cifra prevista 350 milioni di dollari. Bisogna dire che alcuni hanno accolto con favore l’iniziativa, se non altro per la prospettiva di nuovi posti di lavoro. Amazon già impiega migliaia di persone a Città del Capo in un call center e un hub dati.

Ma i leader delle comunità tradizionali non vogliono saperne di vedere quel paesaggio mutare per sempre. Anzi chiedono che quella parte di terra e quel fiume vengano dichiarati patrimonio dell’umanità e che al posto delle mega strutture promesse da Amazon sorga un centro culturale che racconti proprio la loro storia. Altrimenti minacciano di portare la questione in tribunale. A dare man forte alle comunità ci sono attivisti, associazioni civiche locali e organizzazioni ambientaliste che mettono in guardia contro possibili danni ambientali, visto che l’area si trova in una confluenza tra due fiumi.

Si difende la Liesbeek Leisure Properties Trust (Llpt) proprietaria del suolo e appaltatrice dei lavori, che anzi ha aperto una linea diretta per inviare domande e preoccupazioni riguardo al progetto. Assicura che risponderà a tutti. E si ricorda che ben 276 versioni del sito sono state elaborate e dibattute prendendo in considerazione critiche e opposizioni. Nessun rischio per l’ambiente – dice la Llpt – ma solo un piano di sviluppo per il territorio che porterà benessere e opportunità. La compagnia garantisce la creazione di circa 6mila posti di lavoro diretti permanenti e quasi 14mila posti di lavoro indiretti durante la fase di costruzione.

Non poco in un paese dove lo stato di disoccupazione – secondo recenti dati forniti da Bloomberg – è considerato il più alto al mondo (in una lista di 82 paesi), il 34.4%. Tra i settori più colpiti l’industria finanziaria, i servizi sociali, manifatture, costruzioni, agricoltura. Senza contare la contrazione economica che ha raggiunto uno storico 6,4%. Ovvio, quindi, che oltre alle critiche di chi ha nel suo Dna la lotta verso i colonizzatori, ci sia invece chi accoglie con gioia un progetto da milioni di dollari.

Tra questi l’amministrazione di Città del Capo che ha dato la sua benedizione all’avvio dei lavori e vede in questa iniziativa una possibilità di crescita e di riscatto dopo l’ulteriore periodo buio della pandemia. Ai vantaggi immediati si aggiungerebbero quelli del prestigio di avere in casa un colosso di tale portata e influenza commerciale e dei mercati finanziari. 

Come dicevamo, le comunità che si oppongono al progetto, rappresentate dall’Osservatorio delle associazioni civiche e dal Consiglio tradizionale indigeno goringhaicona khoi-khoin, hanno presentato una richiesta all’Alta Corte provinciale per fermare il progetto. Per il momento, però, i lavori continuano.

«Laddove sono state sollevate valide preoccupazioni, queste sono state superate dai benefici», ha affermato Dan Plato, sindaco di Città del Capo. «Il Comune ritiene che l’impugnazione sia infondata e sia stata proposta semplicemente per far ritardare i lavori» ha aggiunto il primo cittadino che pensa al progetto come a un generatore di ricchezza e capace di stimolare una nuova immagine della città all’estero. Una spinta per l’economia ma anche per il turismo, i cui vantaggi non sarebbero limitati al Sudafrica. 

Ma gli oppositori al The River Club continuano a chiedersi come mai le trattative siano partite in piena pandemia – quasi si temessero, appunto, iniziative popolari – e a domandare perché scegliere proprio un’area considerata non solo sacra, ma dal forte valore simbolico.

Il Sudafrica, d’altra parte, nei lunghi anni dell’apartheid ha subito continue violazioni riguardanti le proprietà delle terre, la loro costante espropriazione e i traslochi forzati. Il progetto del colosso statunitense rimette in campo complesse e dolorose vicende storiche che la globalizzazione e il consumismo non hanno fatto dimenticare. Anzi. Lo dimostra proprio questa battaglia portata avanti – forse senza neanche speranza di vittoria ma con determinazione – da comunità così antiche e resistenti.

Comunque, non è la prima volta che Amazon si trova ad affrontare ostacoli e dissensi. Un paio di anni fa fu addirittura la città di New York ad opporsi al progetto di un quartier generale a Long Island City, progetto da 2.5 miliardi di dollari. E poi quella strana decisione di aprire un grande deposito proprio accanto agli alloggi della baraccopoli Nueva Esperanza a Tijuana, in Messico. Investiti 21 milioni di dollari, anche qui insistendo sulla possibilità di creare posti di lavoro. Anche per gli abitanti dello slum? Certo il contrasto è forte e più che mai evidente in immagini che più delle parole trasmettono l’inquietudine di una società fortemente disuguale.

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