Sudan / Diritti Umani

In un rapporto diffuso ieri, Human Rights Watch (HRW) afferma che l’attacco al presidio dei dimostranti davanti al quartier generale dell’esercito a Khartoum, sferrato il 3 giugno scorso, è stato ordinato dalla giunta militare che allora governava il paese e potrebbe configurarsi come un crimine contro l’umanità.

Il rapporto di 59 pagine prende il titolo da diverse testimonianze raccolte – “They were shouting ‘Kill Them’’’: Sudan’s violent crackdown on protesters in Khartoum” (Gridavano “uccideteli”: il violento giro di vite sui manifestanti a Khartoum) – che dimostrano l’intenzionalità dell’attacco ai manifestanti e delle violenze nei giorni successivi in diversi quartieri della capitale sudanese e delle due città gemelle, Omdurman e Khartoum Nord.

HRW ha intervistato 60 persone vittime di diversi tipi di abuso e ha analizzato video, fotografie e post sui social media.

Ha potuto ricostruire gli avvenimenti in modo chiaro. Prima dell’alba del 3 giugno, ultimo giorno di Ramadan, reparti delle forze di sicurezza guidati dalle Forze di supporto rapido (RSF), si radunarono in prossimità del sit-in che proseguiva pacificamente da settimane e aprirono il fuoco contro civili inermi, con l’obiettivo di fare una strage. I morti furono almeno 120. Altri furono vittime di stupro e umiliazioni gravissime. Numerose proprietà furono razziate o distrutte.

Jehanne Henry, direttore associato per l’Africa di HRW, ha affermato che il nuovo governo sudanese deve dimostrare serietà nel portare in giudizio i responsabili degli attacchi ai civili avvenuti fin dall’inizio delle proteste, nel dicembre del 2018. Deve inoltre garantire che i fatti siano investigati in modo indipendente, rispettando standard internazionali.

Il general Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, comandante delle RSF, allora vicepresidente della Giunta militare transitoria, ora membro del Consiglio sovrano, ha sempre attribuito la responsabilità dei fatti a elementi infiltrati, sostenitori del regime del deposto presidente El-Bashir. Gli analisti politici sudanesi non hanno mai creduto alle sue dichiarazioni. (Human Rights Watch)